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PER ISTRUZIONE O PER DISTRUZIONE?

2 Agosto 2022
PER ISTRUZIONE O PER DISTRUZIONE?

«The goal of education is to empower people.»
«L’obiettivo dell’educazione è potenziare le persone.»

Bulet Manurung, fondatore della Scuola nella Giungla, in Indonesia.

Scuole che distruggono

«It’s a genocidial situation, it feels like our youth are going up to smoke.»
«La situazione si avvicina al genocidio, sembra che i nostri giovani stiano andando in fumo. »

Jocelyn Thérése, French Guiana.

Nel 2021, a maggio, in Canada sono stati ritrovati i resti di 215 bambini nei pressi di quella che un tempo era la Kamloops Indian Residential School, una scuola cattolica chiusa nel 1978.
Nel mese di giugno dello stesso anno, sono stati fatti dei rilevamenti nella provincia occidentale di Saskatchewan, sempre in Canada, presso la Marieval Indian Residential School, chiusa nel 1997. Alla fine dei lavori, sono state trovate più di 750 tombe senza nome.

In queste due scuole venivano “istruiti” ed “educati” i bambini dei popoli indigeni in un sistema educativo basato sull’assimilazione.

I due istituti rientravano nelle Factory School, che nel XIX e nel XX secolo erano note in Canada, Australia e Stati Uniti come “Scuole Residenziali” o “Collegi”.

In questo tipo di contesto, ai bambini viene vietato parlare la loro lingua madre e rispettare la propria cultura e la propria spiritualità.

Viene insegnano loro che le credenze e le conoscenze dei loro popoli sono “arretrate”, inferiori o sbagliate, finendo per causare crisi identitarie.

Inoltre, l’uso delle punizioni corporali non è raro e spesso l’abuso, oltre che fisico e psicologico, è anche sessuale Il ritrovamento delle tombe in Canada fa intuire che le condizioni in quelle scuole fossero tali da causare anche la morte: un rapporto di Survival (movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni) parla di 6.000 vittime nelle scuole residenziali canadesi negli anni 1883-1996.

In Canada, in Australia e negli Stati Uniti le scuole per l’assimilazione sono diventate illegali, ma non se ne può ancora parlare al passato, perché non è così in tutto il mondo: se ne contano migliaia tra Africa, Asia e Sud America per un totale di circa due milioni di studenti, secondo la stima di Survival.

Le principali motivazioni dietro questo tipo di educazione sono di natura economica, politica e religiosa. Spesso, infatti, le Factory School sono sponsorizzate da industrie estrattive e da grandi aziende e, nelle scuole, si insegna ai bambini ad apprezzare le attività lavorative di chi le sponsorizza (ad esempio quelle minerarie) e a rifiutare il legame tra il loro popolo e la loro terra, in modo che le aziende possano continuare a sfruttarla.

Inoltre, gli Stati sfruttano questi contesti scolastici per instillare il patriottismo nella mente dei bambini ed evitare movimenti indipendentisti.

Infine, le attività missionarie, di vari credi diversi, puntano alla conversione religiosa tramite la scolarizzazione.

Gli effetti di queste scelte educative sono devastanti sulla psiche e sul corpo di chi le subisce e rappresentano una perdita per tutta l’umanità, perché le conoscenze dei popoli indigeni, le loro lingue e le loro culture svaniscono, quando non possono essere tramandate ai loro figli.

Scuole che costruiscono

«I like the autonomous school because they respect my word and the teacher doesn’t say ugly things.»
«Mi piace la scuola autonoma perché rispettano la mia lingua e l’insegnante non dice cose brutte.»

Julia, studentessa di 9 anni della scuola zapatista

Per fortuna, nel mondo, esistono anche contesti in cui i bambini dei popoli indigeni vengono educati senza tralasciare l’importanza delle loro radici.

Ad esempio, in Camerun opera Two Rabbits, un’organizzazione che si occupa della pre-scolarizzazione. Com’è scritto sul loro sito, è stata fondata da e per i Baka, un gruppo indigeno di cacciatori-raccoglitori, la cui identità è fortemente legata alla foresta equatoriale dell’Africa centrale, che sta scomparendo a causa di alcune attività dell’uomo.

Poiché in Camerun la lingua usata a scuola è quella francese, i bambini Baka, che a casa parlano la loro lingua madre, si trovano in difficoltà e partono già svantaggiati. Per citare un padre Baka, i loro figli devono “chase two rabbits at once” (cacciare due conigli in una volta sola). Intendeva dire che i loro figli devono ricevere sia l’educazione dei loro antenati, basata sulla vita nella foresta, sia un’educazione che insegni a leggere, a scrivere e a parlare la lingua ufficiale del loro Stato (ovvero il francese), necessario per conoscere i propri diritti e farli valere.

Two Rabbits prende il nome da questa frase e nasce per rispondere a questo bisogno di un’educazione doppia. La sua fondatrice è Sarah Strader, che ha vissuto e lavorato con i Baka dal 2011, quando ha trascorso un anno in un villaggio Baka come ricercatrice accademica.

Two Rabbits ha iniziato la sua attività nel 2014, collaborando con ASTRADHE (Assocition pour la Traduction, l’Alphabétisation, et le Dévoloppement Holistique de l’Etre Humain), un’associazione locare di Lomié, nel cuore della foresta dei Baka.

La loro attività si basa su tre pilastri: organizzare i programmi nella lingua madre della comunità, usare tecnologia mp3 (che è semplice e permette una trasmissione orale), formare giovani della comunità affinché loro stessi possano essere gli insegnanti dei bambini. Il lavoro è diviso in modo che ASRADHE si occupi del lavoro con la comunità Baka, mentre gli esperti di Two Rabbits creino gli scenari educativi, le canzoni ed i giochi adeguati per il programma.

I dati, nel 2019, parlavano di 2.400 bambini raggiunti in 20 villaggi e di un’ottima qualità dell’insegnamento, con conseguenti miglioramenti nei successivi cicli di istruzione.

Quella di Two Rabbits non è l’unica esperienza di una scuola d’integrazione e non di assimilazione rivolta ai figli dei popoli indigeni. Un altro esempio è la scuola autonoma zapatista in Messico che ha delle tempistiche e un calendario differenti rispetto a quelle scolastiche comuni, perché sono adeguati ai tempi dati dall’agricoltura.

È interessante riportare anche il caso degli Enawene Nawe, una tribù dell’Amazzonia, che nel 1994 ha ideato, con il supporto dell’ong OPAN, un programma di studio rivolto agli adulti.

Un’altra storia che merita di essere menzionata è quella del programma della Tshikapisk Foundation, in Canada, nato nel 1990 per restituire ai giovani adulti Innu le conoscenze che avevano perso a causa dell’istruzione di Stato.

Scuole che cambiano

«Ho sedici anni,
Ma è già da più di dieci che vivo in un carcere.»

Daniele Silvestri, Rancore – Argentovivo

Ma come viene vissuta l’educazione in Italia e cosa possiamo imparare dai popoli indigeni?

Sicuramente i loro stili di vita manifestano un maggiore rispetto per l’ambiente e un’attenzione per la vita all’aria aperta che nella nostra società stiamo perdendo anche se esistono strutture scolastiche alternative, in contesti più naturali, simili a quelle raccontate nel paragrafo precedente. Dal 1950, quando Ella Flatau ideò il primo asilo nel bosco in Danimarca, queste strutture si sono diffuse sempre di più in Europa e si possono incontrare anche in Italia.

Per fare un esempio, nel 2013-2014, l’asilo L’Emilio insieme all’associazione Manes fece partire la sperimentazione di un asilo nel bosco in un parco nella zona di Acilia. Grazie al successo ottenuto, l’anno successivo si spostarono nella campagna di Ostia Antica, vicino al Tevere, dove si trovano ancora oggi.
La positività dell’esperienza dell’asilo è stata tale da decidere di intraprendere una collaborazione con un Istituto Comprensivo per organizzare la sperimentazione di una scuola dell’istruzione primaria nel bosco, partita nel 2015. La loro idea è vivere la didattica nel territorio: studiare scienze nel bosco o presso la sede della Lipu ad Ostia, geometria in un orto, storia presso gli Scavi Archeologici di Ostia Antica…

Questo è solo un esempio di realtà educative diverse presenti in Italia e la mia speranza è che possano aumentare sempre di più.

Ripensare la scuola, l’istruzione, l’educazione è assolutamente prioritario se vogliamo che nessuno debba più pensare “ero argento vivo e qui dentro si muore”!

Ma lo vogliamo davvero?

Perchè vivere in libertà è più faticoso che vivere sottomessi. Se vogliamo vivere liberi dobbiamo essere consapevoli che il primo cambiamento deve avvenire dentro di noi, nel nostro approccio alla vita, al sapere, alla relazione con gli altri e con la Natura.

E’ un cambiamento che è facile e non costa nulla, basta deciderlo, che immediato e non bisogna attendere, basta attuarlo…

Cominciamo allora… da adesso!

di Irene Solaini

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