Il Grande Male: Memoria e Testimonianze del Genocidio Armeno
Il genocidio della popolazione armena riporta ai tragici episodi di deportazioni e uccisioni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923.
Il termine armeno per definirlo è Medz Yeghern, il “Grande Male”. Il genocidio causò circa 3 milioni di morti.
Quello che accese la miccia nel 1915 rappresentò il primo sistematico tentativo del XX secolo di cancellare un’intera identità culturale e umana. Il genocidio viene commemorato dagli armeni il 24 aprile.
Ricordare questo episodio non significa solo onorare le vittime, ma anche comprendere i meccanismi dell’odio per costruire una cultura della pace.
Nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1915 a Costantinopoli vennero arrestati i primi 250 intellettuali armeni. Fu l’inizio delle “marce della morte”: iniziarono deportazioni forzate verso il deserto di Deir el-Zor, dove la fame, la sete e la violenza divennero strumenti di sterminio.
La storia è fatta anche di volti e parole sopravvissute al silenzio.
Ricordiamo Aurora Mardiganian, attrice e scrittrice armena naturalizzata statunitense, superstite del genocidio armeno. Fu testimone, a quattordici anni, dello sterminio della sua intera famiglia. Lei venne risparmiata perché considerata di bell’aspetto, ma fu comunque fatta prigioniera e venduta al mercato degli schiavi in Anatolia. Aurora riuscì a fuggire prima a Tbilisi in Georgia, poi a San Pietroburgo e infine negli Stati Uniti. La sua testimonianza, raccolta nel libro Ravished Armenia-Auction of Souls, descrive l’orrore delle carovane: “Non ci uccidevano subito. Ci facevano camminare finché il corpo non cedeva. Il deserto era diventato un cimitero a cielo aperto dove il vento era l’unico a recitare preghiere”.
Testimoni oculari del genocidio furono anche i militari.
Si ricorda infatti il militare paramedico tedesco Armin T. Wegner che, nonostante i divieti del suo governo (alleato degli Ottomani), scattò centinaia di fotografie e scrisse lettere disperate: “Vedo madri che preferiscono gettare i figli nell’Eufrate piuttosto che vederli morire di fame sotto i miei occhi”. Wegner fece parte del distaccamento tedesco del Corpo Sanitario, distaccato alla Sesta Armata Ottomana. Furono dislocati tra la Siria e la Mesopotamia e qui assistette alle marce della morte degli armeni. Mentre si cercava di nascondere ciò che stava accadendo in quella terra, Wegner raccolse informazioni sui massacri, appuntando note, scrivendo lettere e scattando fotografie nei campi di deportazione a Deir el-Zor. Il Comando dell’Impero ottomano lo fece poi arrestare dai tedeschi, i quali cercarono di distruggere i documenti che aveva raccolto ma riuscì a salvare i negativi di alcune fotografie all’interno della sua cinta. In seguito scrisse una lettera aperta pubblicata sul giornale Berliner Tageblatt, presentata al presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson alla Conferenza di pace del 1919. La lettera fu un veicolo che portò poi alla riflessione intorno alla necessità di creare uno stato armeno indipendente.
Portare alla luce le testimonianze dei sopravvissuti e degli spettatori dei conflitti e delle violenze perpetrate contro i popoli è un modo per tradurre il dolore in memoria.
Come scrisse il poeta armeno Daniel Varoujan, ucciso proprio in quegli anni: “C’è un sangue che non si secca mai, è quello della verità che attende di essere detta”.
Per la Redazione
Elisabetta Di Cicco
Rispondi