Dentro un mondo complesso, cosa posso fare qui?
Riflessioni dal mio percorso nei Corpi Civili di Pace in Ecuador.
In una mattina di luglio, il viaggio verso Santa Teresa inizia come quasi tutti i viaggi qui: lento, scosso, imprevedibile. Metà strada è sterrata, le buche ti spostano la schiena e ti ricordano che stai entrando in un territorio che non si lascia attraversare facilmente. Quando arriviamo, la comunità appare tra una “neblina” leggera e una pioggia fine: poche case, un’unica strada.
Davanti alla casa comunitaria c’è una piccola “cancha” di cemento. Alcuni bambini giocano scalciando una bottiglia di plastica vuota, trasformandola in un pallone con una naturalezza che racconta più di tante statistiche. Appena ci vedono, le persone iniziano ad avvicinarsi e a entrare nella sala dell’incontro, uno spazio semplice e già colmo di aspettative. Mi sorprende subito l’alto numero di donne presenti, un dato che, in questa zona andina, non posso dare per scontato.
Devo presentare la proposta di un progetto per migliorare la raccolta e l’essiccazione dei fagioli. E ogni volta che mi trovo davanti a queste persone ritorna la stessa sensazione: chi sono io, ragazzo italiano arrivato da poco, per parlare di sviluppo economico e agricolo a comunità che coltivano queste montagne da generazioni?
Eppure mi ascoltano con rispetto, seguono il mio spagnolo non perfetto con pazienza, fanno domande, propongono idee, discutono tra loro.
Nei loro occhi vedo una speranza concreta, non ingenua, che nasce dal desiderio di vedere cambiamenti reali nelle loro vite e nelle loro comunità. Una speranza che altrove faccio sempre più fatica a ritrovare, immerso in sistemi che sembrano correre in tutt’altra direzione. Ed è in quel momento che la domanda ritorna, insistente come quella pioggia che non smette mai davvero: che senso ha scrivere progetti quando il mondo sembra andare nella direzione opposta?
E come si colloca questa speranza, così fragile e così testarda, dentro un sistema globale che continua a produrre disuguaglianze e a marginalizzare proprio le zone rurali e indigene come questa?
Il contesto della cooperazione internazionale, negli ultimi anni, è diventato sempre più incerto. Molti paesi hanno ridotto i fondi destinati allo sviluppo o li hanno riorientati verso priorità interne, rendendo più fragile l’impegno multilaterale su cui si basavano intere regioni del mondo. Allo stesso tempo cresce un clima sociale di individualismo che rende più difficile immaginare politiche collettive di solidarietà. In parallelo avanzano forme di neo–colonialismo economico: investimenti che estraggono valore senza redistribuirlo, accordi commerciali che rafforzano dipendenze storiche, e nuove disuguaglianze che si innestano su quelle già esistenti. Intanto l’Europa aumenta la spesa militare e il riarmo torna al centro delle agende politiche, mentre i programmi di cooperazione vengono trattati come marginali o accessori. In uno scenario così complesso, la scrittura di un progetto di cooperazione sembra un gesto controcorrente: un tentativo di continuare a costruire possibilità in un mondo che, sempre più spesso, sceglie di restringerle.
Dentro questa contraddizione globale, mi ritrovo a interrogarmi anche sul significato del lavoro che svolgo qui. Non solo la presenza sul campo, ma anche tutto ciò che la sostiene e la rende possibile.
È grazie ai Corpi Civili di Pace, a CESC Project e Gondwana se oggi mi ritrovo, dall’altra parte del mondo, a lavorare sulla scrittura dei progetti. È una parte della cooperazione che non avviene direttamente sul campo e che non produce risultati immediati, ma che richiede ascolto, attenzione e una certa dose di pazienza. Con il tempo ho capito che cooperare non significa solo intervenire direttamente sul territorio; significa anche trasformare ciò che si impara nei contesti comunitari in proposte e percorsi progettuali costruiti passo dopo passo insieme alle persone. E questi percorsi prendono forma attraverso incontri, conversazioni, dati raccolti con cura, idee messe alla prova e rielaborate collettivamente.
In questo processo la scrittura progettuale diventa qualcosa che va oltre la burocrazia.
Non è compilare documenti: è decidere quali voci portare dentro, quali priorità mettere al centro, quali percorsi provare a sostenere. È un lavoro che si fa con le persone, non per le persone, e che prova a dare spazio e attenzione a chi ne ha meno. Ed è forse questo che, più di tutto, mi fa percepire una dimensione politica in ciò che facciamo: in un mondo che spesso restringe le opportunità, contribuire, anche in modo piccolo e parziale, a costruirne di nuove all’interno dei contesti che attraversiamo diventa un gesto che apre possibilità dove sembrano esserne rimaste poche.
E forse, alla fine, il senso sta proprio qui: nel provare a fare la nostra parte anche quando il contesto sembra sfavorevole.
Nel continuare a lavorare con le persone, ascoltando esigenze reali e trasformandole, un passo alla volta, in possibilità concrete. Non so se questo basterà a cambiare le traiettorie più grandi, ma so che qui, in questi territori, ogni piccolo spazio aperto vale qualcosa.
E per ora, questo mi sembra un motivo sufficiente per continuare.
Per la redazione
Operatore dei CCP per il CESC Project e Gondwana


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