Quando anche le scimmie smettono di saltare. Essere testimone nella crisi
Durante il mio servizio come Operatrice dei Corpi Civili di Pace a Mbeya, nel sud della Tanzania, avevo imparato a riconoscere il ritmo della vita quotidiana: il vociare dei vicini, i bambini che passavano correndo davanti al cancello di casa, perfino le scimmie che ogni mattina venivano a rubare la frutta dagli alberi del giardino. Era una normalità stabile, rassicurante, quasi musicale.
Poi, a fine ottobre 2025, nei giorni delle elezioni in Tanzania, tutto è cambiato.
Non è questo il luogo per riportare eventi politici o descrivere la violenza: l’obiettivo non è raccontare ciò che è accaduto fuori, ma ciò che è accaduto dentro di me come operatrice di pace e cosa significa essere testimoni in un contesto improvvisamente sospeso.
Si sapeva che internet sarebbe stato staccato, lo avevano annunciato, ma quando è successo, il silenzio digitale ha reso tutto più pesante. Per una settimana eravamo soli e chiusi in casa. Senza messaggi, senza notizie, senza alcun modo di capire cosa stesse accadendo fuori, lo spazio intorno sembrava restringersi.
A quel silenzio si sono alternati rumori che non appartenevano alla vita quotidiana: boati lontani, colpi secchi, interruzioni brusche di suoni che prima riempivano il quartiere.
E poi di nuovo il silenzio. Un silenzio diverso dal solito, quasi innaturale.
Perfino le scimmie, quelle che di solito facevano cadere metà della frutta prima ancora che maturasse, erano scomparse.
Nessun salto sul tetto, tra i rami, nessun rumore di foglie mosse: come se gli animali avessero capito prima di noi che qualcosa fosse cambiato.
Le notizie arrivavano solo a pezzi: proteste, tensioni altissime, interventi repressivi molto duri, un intero Paese fermo, coprifuoco, il cibo disponibile era solo quello comprato prima delle elezioni.
Ma noi volontarie non vedevamo nulla, solo la nostra parte di mondo diventata improvvisamente muta e sospesa.
In quell’assenza di informazioni, ho scoperto quanto sia preziosa una rete di relazioni: passavo le ore a chiamare amici e colleghe in altre zone della città per capire come stavano, cosa avevano sentito, se nei loro quartieri c’era un negozio ancora aperto per comprare del cibo. Non erano conversazioni per ottenere certezze, non ce n’erano, ma per non sentirsi soli.
In quello spazio di attesa forzata, quando tutto era diventato incerto, gli unici appuntamenti sicuri rimanevano quelli con la luna la sera e con il sole al mattino. Segnavano un ritmo minimo, una continuità che nessun blocco, nessun conflitto poteva interrompere. Era un modo per ricordarmi che, anche nella sospensione, la vita resiste.
Quando anche le scimmie smettono di saltare, il mondo sembra sospeso. Eppure, la vita continua.
Questa esperienza mi ha restituito l’essenza del mio ruolo: non risolvere il conflitto, non “fare pace” in modo immediato, ma abitare l’incertezza con una responsabilità etica, con rispetto, con attenzione verso l’altro. Stare nella fragilità senza cedere alla paura.
Come straniera, il mio ruolo non era intervenire, né dare giudizi. Il Codice Etico dei Corpi Civili di Pace è molto chiaro: presenza, nonviolenza, terzietà. In quei giorni essere testimone significava rimanere lucida, attenta, rispettosa dei limiti del mio ruolo. Non potevo cambiare ciò che accadeva fuori, ma potevo scegliere come esserci: con cautela, con empatia, con un ascolto che non invadesse e non alimentasse la paura.
È lì che ho capito che la pace non è un fatto astratto: è una postura, una responsabilità quotidiana.
Non è solo lavorare nei progetti quando tutto procede bene, ma restare presenti quando l’esterno vacilla. È ricordare che la nonviolenza non è un gesto eroico, ma un modo di stare nelle relazioni, anche quando il contesto sembra chiedere il contrario.
Questa esperienza mi ha insegnato che la pace si costruisce anche nel silenzio, nella scelta di non farsi travolgere. Soprattutto, mi ha insegnato che essere Corpi Civile di Pace significa, prima di tutto, essere testimone responsabile: vedere senza invadere, restare senza fuggire, ascoltare anche quando attorno tutto tace.
Anche, e forse soprattutto, quando fuori regna l’incertezza e dentro si deve solo imparare ad aspettare, lasciandosi guidare dal sole che sorge e dalla luna che torna puntuale a ricordarci che il tempo, comunque, continua a scorrere.
Zaira Scanarotti
Operatrice dei Corpi Civili di Pace in Tanzania
per CESC Project e Gondwana


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