Sviluppo
Il termine sviluppo deriva dalla parola italiana antica “viluppo”, che significa avvolgere, intrecciare, aggrovigliare. Lo sviluppo, etimologicamente, è quindi sciogliere qualcosa, dispiegare ciò che era nascosto, dare vita a ciò che già esisteva in potenza.
Non è un concetto da numeri: è un processo, sottile e complesso, che si misura più nella qualità che nella quantità.
Eppure, al giorno d’oggi, confondiamo sistematicamente sviluppo con progresso.
Il progresso si misura con indicatori quantitativi, è spesso associato alla scienza e alla tecnologia, e viene celebrato come sinonimo di benessere materiale. Così, secondo la percezione comune, un Paese sviluppato è quello che ha: un alto PIL pro capite, consumismo sfrenato, accesso a ogni gadget tecnologico possibile e infrastrutture all’avanguardia. In breve, grande progresso tecnico, poco sviluppo umano.
Lo sviluppo, invece, non si lascia catturare dai numeri. È una trasformazione, un processo di maturazione e dispiegamento delle potenzialità, che si coglie nella qualità della vita, nella libertà e nella capacità di evolvere.
Gli esempi quotidiani aiutano a capire meglio la differenza. Nello studio, il progresso si manifesta come aumento delle nozioni apprese: più libri letti, più formule memorizzate. Lo sviluppo, invece, è comprendere davvero, riuscire a fare collegamenti, a pensare criticamente. Nella vita urbana, il progresso si misura con grattacieli, tecnologia e trasporti veloci; lo sviluppo con comunità coese, qualità della vita reale, sicurezza e relazioni significative, magari anche tra gli anziani che la città tende a dimenticare. Una città può correre e accumulare infrastrutture senza diventare davvero vivibile o armoniosa.
Tendiamo a confondere i due termini perché il progresso, a differenza dello sviluppo, è misurabile, veloce e produce risultati visibili.
Un esempio lampante di questa discrepanza si trova nella Rivoluzione Industriale: i mezzi produttivi trasformarono radicalmente le società e i lavoratori diventarono molto più produttivi, eppure subivano quella che Marx chiamava alienazione, privati di controllo e di vera libertà, anche intellettuale. Un chiaro caso di grande progresso tecnico, ma di scarso, se non negativo, sviluppo umano.
In sintesi: se il progresso descrive ciò che un Paese costruisce, lo sviluppo descrive ciò che un Paese diventa.
Non si tratta di aumentare mezzi e strumenti, ma di trasformare la qualità della vita, le relazioni, le libertà.
Un Paese veramente sviluppato è quello in cui le persone possono fiorire: dove il benessere non si misura in numeri, ma in possibilità, tempo, sostenibilità, cultura e maturità collettiva. E qui sta il paradosso dei nostri tempi: il mondo progredisce a ritmi vertiginosi, ma si sviluppa, spesso, con la lentezza di una lumaca sonnacchiosa.
Per la redazione
Chiara Macca
Rispondi