Storie di nonviolenza tra Israele e la Palestina
Sono ancora molti i paesi dove la leva militare è obbligatoria ma tra questi la Corea del Nord e Israele possiedono un sistema di obbligatorietà per maschi e femmine, indistintamente.
In quest’ultimo Paese, il servizio militare riveste un ruolo di primaria importanza all’interno della società e a tutti i ragazzi e le ragazze diciottenni sono richiesti dai due ai tre anni di addestramento. Gli unici ad essere esonerati dalla leva sono gli ebrei ultraortodossi e gli arabi israeliani, coloro che frequentano la yeshiva, una scuola talmudica, e i non idonei a livello fisico o mentale.
Vorremmo, a questo proposito, raccontare la storia di Hallel Rabin una ragazza israeliana di 18 anni che nel 2020 rifiutò di far parte dell’Esercito di occupazione in Palestina. Rabin viene da una famiglia privilegiata e da un ambiente altrettanto privilegiato e per la legge dello Stato avrebbe potuto svolgere il servizio militare nell’intelligence o in qualsiasi unità lontana dall’azione sul campo e in grado di darle prestigio e visibilità. Rabin avrebbe, inoltre, potuto trovare una scorciatoia e chiedere l’esonero facendo finta di essere religiosa o di essere affetta da disturbi mentali. Ma si rifiutò di abbracciare tutto questo, anzi chiese espressamente all’esercito israeliano di riconoscere la sua obiezione di coscienza. Rabin proviene dalla comunità antroposofica di Harduf, la quale sceglie di impostare la vita dei suoi aderenti sul netto rifiuto di ogni forma di violenza, a partire dalla decisione di non mangiare né carne né pesce.
Da agosto ad ottobre 2020, Rabin ha comunicato tre volte al centro di reclutamento la sua decisione, per motivi di coscienza, di non prendere parte all’addestramento militare, chiedendo che l’esercito israeliano riconoscesse come legittima la sua obiezione di coscienza. Ma non è mai stata accettata.
Nella richiesta di esonero rivolta all’ufficiale addetto al reclutamento, ha scritto così:

«Non sono pronta a partecipare a una realtà violenta. Non sono pronta a far parte di un esercito soggetto alla politica di un governo che va contro i miei valori. […] Non lavorerò in un sistema basato sulla disuguaglianza, la paura e l’incapacità di vedere l’altro. Per un giovane israeliano questo è spaventoso quanto lo è per un giovane palestinese. Non esiste nessuno, e sicuramente non un intero popolo o una nazione, che ami la sofferenza, viva per la sofferenza o desideri la sofferenza per i propri figli. Non esiste oppressione benevola né razzismo giustificabile»
Secondo la maggioranza della commissione di coscienza Rabin si oppone alla violenza dello stato israeliano nei confronti dei palestinesi e questa non è obiezione di coscienza, ma una presa di posizione politica. Ma il punto di partenza del ragionamento di Rabin non è affatto politico. Hallel Rabin, che è stata incarcerata per un totale di 56 giorni, ha dovuto affrontare gravi contraccolpi, tra cui le accuse di “tradimento” e le minacce di morte sui social media.
Ci sembrava interessante, e soprattutto di forte testimonianza, riportare quello che succede nello stato di Israele e quanto sia difficile lì provare ad obiettare verso un servizio militare che è visto come sistema di forte rispetto dagli israeliani. Dopo l’esempio di Rabin e di altri obiettori molti giovani si sono riuniti per dichiarare il loro rifiuto di servire l’esercito in segno di protesta contro le sue politiche di occupazione e apartheid. Noto è il caso della cosiddetta “Lettera Shministim” sottoscritta da sessanta adolescenti israeliani e indirizzata ad alti funzionari israeliani con l’intento di denunciare il controllo militare israeliano dei palestinesi nei territori occupati, riferendosi al regime in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est come un sistema di “apartheid”.
Per quanto riguarda la Palestina la situazione non è molto differente, con l’aggiunta che lì sono costantemente sotto l’attacco degli israeliani.
Nel 2004 un gruppo di militanti israeliani, i Ta’ayush1, propongono ai volontari di Operazione Colomba di visitare le colline a Sud di Hebron, in Cisgiordania. I volontari del Corpo nonviolento di pace dell’associazione Papa Giovanni XXIII non sono alle prime esperienze, ma hanno già svolto attività di sostegno alle comunità palestinesi sia in Cisgiordania sia sulla striscia di Gaza.
Citando Operazione Colomba non possiamo non raccontare cosa è e di che cosa si occupa.
Operazione Colomba è nata nel 1992, dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra, tra i paesi in cui hanno operato c’è l’ex Jugoslavia, i Balcani, l’America Latina, il Caucaso, l’Africa, il Medio e l’estremo Oriente. Nel 2004 i volontari arrivano al villaggio di At-Tuwani, il più grande della zona, con circa 300 abitanti. Il villaggio si trova in Area C tra la città di Yatta e la Green line, quello che dovrebbe essere il confine tra Israele e i Territori palestinesi occupati. (Secondo gli accordi di Oslo, la Cisgiordania è divisa in tre Aree denominate A, B, e C.)
L’area C copre circa il 61% dell’intero territorio della Cisgiordania ed è sotto il controllo civile e militare di Israele quindi i palestinesi non possono costruire nulla, se non con un permesso rilasciato dalle autorità israeliane e le loro terre possono essere confiscate.
Questo ha significato che nel 1999 l’area fosse dichiarata area di addestramento militare e che circa 700 persone dei dodici villaggi circostanti fossero caricati su camion militari e portati altrove mentre le ruspe distruggevano le tende e le grotte in cui avevano vissuto. Dopo sei mesi dall’accaduto, grazie all’impegno di avvocati e attivisti la corte di Giustizia israeliana ha concesso ai palestinesi di tornare nella propria terra, senza però smantellare l’area da zona di addestramento. In Palestina sono moltissime le occupazioni militari, ma altrettante sono le forme di resistenza nonviolenta e impegno per i diritti umani. Un esempio, fra molti, è quello degli abitanti di At-Tuwani che si sono uniti in un comitato popolare per trovare assieme il metodo più efficace per resistere alle ingiustizie. Hanno deciso di resistere in una forma di lotta dal basso in cui le famiglie e i villaggi si uniscono per difendere una terra, senza ingerenze politiche, valorizzando il ruolo di ognuno, dalle donne, ai bambini, agli anziani. Nella pratica, il comitato popolare delle colline a Sud di Hebron, ha organizzato manifestazioni e azioni nonviolente, supportato i contadini e i pastori, promuovendo numerose iniziative per garantire servizi essenziali.
Negli anni hanno raggiunto risultati incredibili: dallo smantellamento del muro nel 2006, all’approvazione di un piano regolatore che riconosce l’esistenza del villaggio principale dell’area, At-Tuwani.
Quasi cinque anni fa, nel maggio 2017, alcuni attivisti israeliani, insieme ai giovani palestinesi delle colline a Sud di Hebron, figli e figlie, di coloro che quasi vent’anni prima avevano dato vita alla resistenza nonviolenta, si sono stabiliti a Sarura, un villaggio abbandonato negli anni ’90 a causa della violenza dei coloni con l’intenzione e l’impegno nel ristrutturare le grotte dell’ex villaggio e di riportarvi le famiglie a viverci. Il progetto è andato in porto e il villaggio è tornato in vita.
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