Consiglio di (ri) lettura estiva: L’Odissea di Omero
L’Odissea, il poema epico attribuito a Omero e composto tra VIII e VII Secolo a.C., mantiene ancora oggi una grande attualità. La vicenda di Odisseo è infatti, prima d’ogni altra cosa, la vicenda di un viandante alla ricerca di una comunità in grado di accogliere la sua identità, costituendosi per lui come una casa. Questo tema, nel XXI Secolo, è ancora di fondamentale importanza: propone infatti un ideale di stabilità che si costituisce naturalmente come antitesi all’odierna ‘società fluida’.
Odisseo è un patriota, costretto dalla guerra di Troia ad abbandonare Itaca. Dopo i 10 anni di battaglia narrati dall’Iliade, e dopo aver contribuito in modo determinante alla vittoria greca attraverso lo stratagemma del cavallo, si imbarca per tornare a casa. Questo suo viaggio, che finirà col durare altri 10 anni, lo devasterà fisicamente e psicologicamente. Odisseo non è rappresentato da Omero come un eroe, ma come un uomo che, “seduto sulla riva, con gli occhi sempre bagnati di lacrime consumava la vita sospirando il ritorno”.
Ad attenderlo è Penelope, sua moglie e regina di Itaca, ormai ridotta dai Proci a prigioniera della sua stessa dimora. Odisseo, partendo per la guerra, l’ha lasciata sola a prendersi cura del piccolo Telemaco, e lei gli è restata fedele per 20 lunghi anni, senza sapere quando sarebbe tornato, né se fosse ancora vivo. La lontananza tra Odisseo e Penelope è archetipo della distanza incolmabile che accompagna ogni amore, e che – proprio per questo – rende l’altro intensamente presente.
I primi quattro canti dell’Odissea, detti Telemachia, hanno come protagonista Telemaco, figlio di Odisseo. Atena, dopo essersi consultata con Zeus, lo esorta a prendere il mare per cercare notizie di suo padre. Telemaco può mettersi in viaggio grazie all’aiuto ricevuto da Mentore, che – all’insaputa di Penelope – gli fornisce una nave e un equipaggio. Giunto a Sparta, quindi, Telemaco viene a sapere da Menelao che Odisseo è prigioniero della ninfa Calipso.
Gli antagonisti dell’opera sono i Proci, i quali, come già detto, hanno assediato la casa di Odisseo. Caratterizzati da un comportamento volgare e superbo, abusano delle leggi greche sull’ospitalità, appropriandosi delle ricchezze del re e insidiandone la moglie. Spendono inoltre il loro tempo in banchetti, orge, simposi e giochi di abilità: saranno proprio questi ultimi a rivelarsi la causa della loro rovina.
Il principale ostacolo incontrato da Odisseo nel suo viaggio è dato dalla bella ninfa Calipso. La donna ha tenuto prigioniero il re di Itaca per sette anni, nascondendolo sull’isola di Ogigia, e sogna di farne il suo sposo. La ninfa giunge persino a offrirgli l’immortalità, ma lui la rifiuta: l’unico desiderio di Odisseo è infatti quello di “tornare a casa e vedere il dì del ritorno”.
Il viaggio di Odisseo è, in fin dei conti, metafora del viaggio che muove ogni uomo alla ricerca del Bene; Bene che non può risiedere in altro che nella comunione familiare. Il viaggio verso casa non è da intendere tanto come un ‘moto a luogo’, quanto come il ricongiungimento con un gruppo, con un’identità e con una storia cui Odisseo sa di appartenere, e in cui trova il suo compimento.
L’Odissea ricorda al lettore contemporaneo che non c’è alcuna opposizione tra libertà e appartenenza, poiché la ‘libertà’ è adesione alla vita attraverso l’affermazione che, istante per istante, fa l’uomo. Odisseo è paradigma dell’uomo libero – del ‘viandante’, come si diceva all’inizio – ma la sua libertà non è un’illusoria autonomia: è, piuttosto, fedeltà alla famiglia, alla patria e al dovere.
Il poema omerico ricorda all’uomo del XXI Secolo che nessun successo può valere quanto una casa ritrovata, una famiglia custodita e una comunità ricomposta nella giustizia.
Per la Redazione
Christian Trevisti
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