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Un prima e un dopo 

12 Dicembre 2025
Un prima e un dopo 

Spesso mi ritrovo a pensare che, nonostante la mia giovane età, io abbia già vissuto un prima e un dopo

Il dopo della mia storia continua ancora oggi, mentre sono in servizio come Operatrice dei Corpi Civili di Pace(CCP) . 

Il punto chiave di questa trasformazione è stato senza dubbio il mio Servizio Civile Universale (SCU) a Nairobi, in Kenya, nel 2022, e prosegue oggi a Mbeya, in Tanzania, attraverso il mio ruolo nei CCP. 

Con questo non intendo dire di aver vissuto due vite opposte o parallele. 

I valori che mi guidano, quelli che ho fatto miei fin da bambina, sono rimasti gli stessi. 

Quello che è cambiato è il livello di consapevolezza: l’esperienza dello SCU mi ha permesso di elevare il mio sguardo, di leggere me stessa e il mondo con maggiore profondità, e di avviare un percorso di decostruzione che oggi è più vivo che mai.

Quando sono arrivata a Nairobi avevo 25 anni, avevo fatto un percorso di vita piuttosto lineare, ed era la prima volta che mettevo piede in un Paese fuori dall’Europa. 

Avevo già viaggiato molto e vissuto in altri contesti europei, ma le differenze e le diversità che avevo incontrato rientravano, in qualche modo, in uno standard che mi era familiare. 

Ho sempre avuto apertura mentale, un pensiero “eticamente schierato” e ho sempre osservato la diversità con curiosità e spirito critico; eppure, l’impatto con Nairobi, e in particolare con le zone in cui ho vissuto e lavorato, come Kahawa West, Githurai e la baraccopoli di Soweto, è stato forte. 

A Nairobi non potevo evitare di vedere la complessità della vita. 

È stata proprio questa esposizione alla complessità a fungere da trampolino di lancio per il mio percorso di decostruzione.

Mi sono ritrovata immersa in un mondo così lontano e diverso dal mio, segnato da ingiustizie pervasive, concatenate e profonde, che prima di allora la mia mente non riusciva nemmeno ad immaginare. 

Mi sono resa conto che a quel “così diverso” non ero preparata e che, senza accorgermene, portavo con me una serie di preconcetti e convinzioni che, col tempo, sono emersi. 

Tra sbagli e riflessioni, questi miei preconcetti e convinzioni sono riuscita ad identificarli, estraporarli e analizzarli, cercando di capire la loro origine e dando loro una nuova forma. 

Con il tempo, ho imparato che la normalità è un concetto relativo, plasmato dal contesto in cui nasci e cresci. Non esiste una normalità, ma molte normalità. 

Ciò che invece non cambia, ovunque tu vada, sono le ingiustizie. 

Quelle restano ingiustizie sempre, anche quando il contesto sembra volerle normalizzare ed il rischio di abituarsi è alto. 

Ma ho capito che non ci si deve mai abituare, mai smettere di interrogarsi, mai rinunciare a quella tensione etica che ti tiene sveglia e presente.

Nairobi ha segnato un prima e un dopo. 

Mi ha costretta a guardare più a fondo, a rivedere il mio modo di stare nel mondo, a misurarmi con la complessità senza semplificarla. Ha aperto un processo che non si è più chiuso, una trasformazione che continua a lavorare dentro di me in modo silenzioso, influenzando il mio modo di leggere la realtà anche qui in Tanzania.

Da Nairobi a Mbeya, il mio percorso non è stato soltanto un adattamento a nuovi ambienti, ma una continua messa in discussione della mia identità, dei miei riferimenti e delle mie categorie interpretative. 

Quando sono arrivata in Tanzania avevo quasi 28 anni, e il mio sguardo era già cambiato: più attento, più umile, più responsabile.

Eppure, anche qui ho scoperto nuove sfide, nuove domande e nuovi modi per continuare quel percorso di decostruzione iniziato anni fa. 

Non posso dire che sia semplice, perché accettare di coesistere con la complessità non lo è mai. Ma è il modo più autentico e più coerente con ciò che sono e voglio provare a continuare ad essere

Ma Nairobi non è stata solo una lezione personale: è stata anche la mia prima grande scuola professionale. 

La complessità del contesto mi ha insegnato che lavorare in cooperazione internazionale non significa solo applicare procedure o gestire progetti, ma comprendere profondamente le dinamiche culturali, sociali ed etiche in cui ci si opera. E che questo richiede tempo e pazienza. Ogni decisione doveva misurarsi con una realtà unica, portatrice di un proprio concetto di “normalità”. Ogni decisione, ogni piano progettuale, doveva misurarsi con una realtà unica, portatrice di un proprio concetto di “normalità”. Ho imparato che la cooperazione richiede umiltà, tempo e un profondo rispetto verso le persone e la terra in cui sono nate e vivono, una terra che conoscono molto meglio di chiunque altro.

Durante la formazione iniziale dei CCP scrissi un bigliettino che custodisco ancora oggi nel mio portafogli: “Voglio continuare il mio processo di decostruzione”. 

In quelle parole c’era una promessa fatta a me stessa, e da quando sono arrivata in Tanzania quella promessa è diventata il filo conduttore del mio lavoro quotidiano. Qui, tutte le lezioni apprese negli anni hanno iniziato a trovare un senso più pieno. 

L’obiettivo è sempre lo stesso: contribuire a ridurre le ingiustizie. Ma farlo con maggiore consapevolezza, utilizzando mezzi più giusti, più rispettosi e più adeguati al contesto in cui mi trovo.

È proprio dentro questa complessità che esiste la cooperazione internazionale. 

Chi pensa che sia un lavoro semplice o lineare sta osservando solo una parte molto limitata della realtà perché il cambiamento reale richiede tempo, ascolto e la disponibilità a rimettere in discussione le proprie idee e i propri metodi ogni giorno.

Giovanna Quaranta 

Operatrice dei Corpi Civili di Pace 

Mbeya, Tanzania

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