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SIAMO PRONTI PER GLI AMPI SPAZI? 

27 Giugno 2022
SIAMO PRONTI PER GLI AMPI SPAZI? 

Come si fa la pace oggi è un tema che ci interroga e ci chiede impegno e motivazione. Possiamo desiderare la pace nei momenti di guerra, ma forse potremmo costruire la pace nei momenti di serenità, partendo dalla nostra intimità e dal nostro desiderio di ampi spazi. 

Di fronte alla domanda “Come si fa la pace oggi?” tremo e rimango in silenzio. Non ho risposte e non so neppure cosa sia la pace, non l’ho mai né toccata né vista, né a casa, né a scuola, né in TV. 

Una domanda del genere avrebbe bisogno di far riunire un’assemblea di studiosi, i quali attraverso le loro conoscenze possano dare delle risposte esaustive e di grande impatto sociale e valoriale. 

Io, come immagino la maggior parte dei miei coetanei nati tra la fine del Novecento e gli anni Duemila, non ho la minima idea di come si fa la pace. Sono stata, infatti, sin da subito sottoposta a schemi mentali dove vince chi è più forte nella costante corsa ad essere notati all’interno della società con il rischio quotidiano di non essere all’altezza e quindi essere sostituiti perché non conformi al quadro previsto. 

Ho delle nozioni base sulla guerra che risalgono agli anni della scuola, quando da un lato iniziava a maturare in me il mio spirito combattivo verso chi discriminava e faceva il bullo e dall’altro nascevano le mie prime discussioni con gli amici, che hanno toccato il picco inevitabilmente nella fase adolescenziale. In quel periodo ogni litigio, anche il più banale, al quale ero “costretta” a sottopormi, era una vera e propria guerra, interiore ed esteriore. Erano, anche, anni in cui tutti i giorni avvenivano delle lotte di competizione al voto migliore e all’essere il “primo” della classe. 

Vivevamo il conflitto come una tragedia e, come in ogni tragedia che si rispetti, dovevano esserci sempre un vinto e un vincitore, e questo non era il mio caso, poiché preferivo rimanere sempre un po’ all’angolo e non sporcarmi mai del tutto. Quegli anni hanno fatto nascere in me la certezza che il conflitto e le discussioni sono un mostro da evitare con il grande motto del “non mi interessa”, in quanto unica forma percepita per la tutela del proprio status di “pace” e per non essere fautrice di guerre inutili. 

Mentre mi interrogo su come si faccia la pace oggi, penso a quegli anni e realizzo che sicuramente non era l’atteggiamento migliore per affrontare le mie dinamiche relazionali e affettive. La pace si fa esattamente al contrario. 

La pace si fa con l’impegno e con l’avere a cuore i fatti e le persone. La pace per me è concretezza, e parte proprio dal contatto intimo con noi stessi e con i conflitti quotidiani. 

Forse per arrivare a questo il primo passaggio è darsi il diritto di riconoscersi umani in cammino.

“Siamo soltanto richieste di aiuto, ci sembrerà poco meno che un gioco, due che s’abbracciano strettissimi ce la fanno a scomparire” canta Giovanni Truppi in Scomparire.

Provare a essere umani, significa esercitarsi nel riconoscere la nostra interdipendenza radicale; da soli siamo niente, insieme siamo altro. Solo appoggiandoci a vicenda possiamo restare a galla, navigando quell’oceano di incertezze che è la vita. Solo provando a intrecciare le nostre storie, e a scambiarci le nostre intime solitudini potremo essere in grado di desiderare la pace. Attraversare le nostre ferite ed esprimere ad alta voce le nostre emozioni ci rende liberi e autentici, portatori di carne, errori, ma anche di ampi spazi, da creare e abitare insieme. Perché la pace è una condizione sociale, relazionale e politica che chiama l’essere umano, nella sua integrità, a rispondere e ad agire come cittadino del mondo. Non si può chiamare pace lo stato di apatia e di alienazione dal mondo, ma si può chiamare Pace lo stare nel conflitto in maniera sana e costrittiva, alla ricerca della verità e del bene collettivo.

“A volte penso che non esiste niente e tutta la mia vita è un’invenzione: i fatti, i sentimenti e le persone; ma se ripenso a certe albe al bene che mi scambio con qualcuno mi dico anche se fosse così, mi andrebbe bene”,conclude così, Truppi, in Procreare, e mi sembra una riflessione da cui ripartire nella nostra ricerca di significato, che mai dovrà chiudersi. 

Questo articolo è stato realizzato a chiusura del nostro percorso formativo sulla scrittura per il web in collaborazione con Massimiliano De Ritis. 

Alessia Saini

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