CONFINE – I fragili confini delle RSA

22 Luglio 2020
CONFINE – I fragili confini delle RSA

Breve viaggio all’interno delle Rsa del mondo: cosa succede quando la pandemia incontra le persone più fragili

Confinati, loro, lo erano già. Non per propria scelta, almeno nella maggioranza dei casi. Le mura anonime e asettiche avevano già imparato a conoscerle e, col tempo, a sentirle finanche familiari. Per loro la pandemia non avrebbe dovuto rappresentare un problema, abituati com’erano a quella routine che si svolgeva nell’arco di pochi metri quadrati. Potevano essere nel luogo più sicuro e invece, inconsapevolmente, si sono ritrovati nel luogo preferito dal Covid-19. Parliamo degli anziani e delle persone fragili ospiti delle Rsa.

Il nome del Pio Albergo Trivulzio di Milano è tristemente entrato nell’immaginario di noi italiani come un luogo di abbandono e morte. Ma il problema, come vedremo, non è stato solo italiano e ancor prima lombardo, bensì mondiale. Come riportato dal quotidiano Avvenire.it, già ad aprile il direttore regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa, Hans Kluge, asseriva che in Europa, quasi la metà delle persone che sono morte con il Covid-19 erano residenti in “strutture di assistenza a lungo termine”, ovvero residenze per anziani o ambiti per lungodegenti.

All’epoca si era nel pieno dell’emergenza e i dati erano ogni giorno più incerti. Tuttavia, dopo quasi cinque mesi dallo scoppio della pandemia, possiamo affermare che le stime del direttore regionale OMS per l’Europa si sono tristemente affermate come esatte. In Italia e in Francia più di un terzo delle vittime da Covid-19 era residente nelle Rsa. Per altri Paesi europei come Spagna e Gran Bretagna non abbiamo dati certi, poiché le autorità e gli operatori sanitari locali smentiscono i propri governi accusandoli di sottostimare il numero delle vittime. E nel resto del mondo? Cosa sta accadendo nelle Rsa delle Americhe? Cosa è realmente accaduto nelle Rsa cinesi? E in quelle indiane? Probabilmente non avremo risposta a molte di queste domande, ma non dobbiamo esimerci dall’obbligo di chiedercele. Perché non possiamo accettare che una società che si professa civile risponda ancora ad una logica bellicosa secondo cui le vite delle persone più fragili possono essere messe da parte in favore dei “sani”.

Sempre Avvenire.it, in un articolo di aprile, dava voce all’associazione transalpina Alliance Vita, da decenni punto di riferimento nella difesa proprio delle persone più vulnerabili, che denunciava: «Constatiamo che delle gravi derive etiche minacciano numerose persone anziane, in questo periodo di contagio, di confinamento, di mancanza di mezzi materiali e umani e di saturazione dei servizi ospedalieri di rianimazione». Parole riportate da un comunicato diramato a fine marzo, fondato sulle testimonianze raccolte attraverso la linea telefonica “Sos fine vita”.

In Gran Bretagna, addirittura, il Sistema sanitario ha previsto l’elaborazione di un modello “a punti” per valutare l’opportunità di un ricovero in terapia intensiva per sintomi da Covid-19. In questi mesi non hanno potuto avere accesso alle cure di terapia intensiva tutti i pazienti che avessero cumulato almeno 8 punti in base a tale modello. Basta pensare che 6 punti erano assegnati a tutti gli over 80, e che per ogni patologia veniva aggiunto un punto, ed ecco che si può fare una semplice stima di come sia stato quasi impossibile salvare la propria vita in Gran Bretagna per gli ultraottantenni affetti da Covid-19. Ed ecco tornare la logica bellicosa. Persone valutate in base alla loro capacità produttiva e non in base alla loro storia e alla loro appartenenza al genere umano. Un modo di agire spietato, un modo di pensare ancor più nefasto e deludente.

Sarà compito nostro, di tutti noi che crediamo nella cultura della pace, modificare quell’atteggiamento che ha portato ad un agire e ad un pensare tanto devastante.

“Ci sono adolescenze che si innescano a novanta anni”, affermava la poetessa Alda Merini. Pertanto, un pensiero e un doveroso commiato vanno a tutti coloro che, per una logica meschina, si sono visti disinnescare la propria adolescenza.

Di seguito l’intervista a Luca Dionisi, un ragazzo che vive all’interno della comunità di Capodarco, un collaboratore e un amico:

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di Gianmarco Primo
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