DIRITTI NEGATI
“Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame.”
F.De Andrè

LA FAME DI ROMAN
Così recita la canzone “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De André, che racconta i pensieri di un uomo in carcere sulla società e sulla giustizia. Queste riflessioni cantate nel 1973 sono ancora attuali. In particolare, il verso citato ricorda una sentenza della Cassazione risalente al 2016.
La storia inizia nel 2011 quando Roman Ostriakov, un senzatetto, derubò un supermercato di prodotti dal valore complessivo di quattro euro e sette centesimi. Per questo, nel 2015, fu condannato dalla Corte di Appello a sei mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 100 euro. L’anno seguente, però, la sentenza è stata annullata senza rinvio dalla Cassazione, perché l’imputato si trovava in una condizione di estrema necessità e, quindi, il furto non costituiva reato. Al di là dei dettagli giuridici, è interessante la situazione generale: una persona si è ritrovata in un momento di indigenza tale da non riuscire a nutrirsi e l’unica soluzione possibile è stata contravvenire la legge. Poi la giustizia, in un impeto di bontà ha evitato di condannarla.
Ma dov’era lo Stato, prima che il reato venisse commesso? In che modo stava tutelando i diritti di chi viveva dentro ai suoi confini?
Per rispondere a questa domanda, è necessario contestualizzare e chiarire che non si tratta solo di una singola persona tanto povera da non sapere come fare a mangiare: i dati Istat del 2011 (anno del furto di Roman) parlano di 3,4 milioni di persone povere in termini assoluti; dieci anni dopo, il numero è salito a 5,6 milioni.
Quante di queste persone non riescono a nutrirsi adeguatamente? Quante invece ci riescono, ma stanno perdendo per strada altri diritti? E lo Stato che misure sta prendendo per combattere lo spettro della povertà?
LA DIGNITÀ DI F.
Per il 2022, il Governo ha stanziato 552 milioni per il Fondo Povertà e, tra i vari interventi da finanziare, c’è anche il rinnovo del Reddito di Cittadinanza, una forma di sostegno economico che tampona le spese di varie famiglie che vivono in Italia.
Nella ferocia della tempesta di opinioni, colpisce molto la lettera scritta nei primi di giorni di giugno da Federica una donna italiana di 43 anni che rivolge le sue parole alla presidente del Comitato scientifico per la valutazione del RdC, Chiara Saraceno.
Oltre ai ringraziamenti, nella lettera c’era anche la storia di una vita di studi e di un lavoro voluto, cercato, ma non trovato. C’erano la necessità verso quei soldi dati dallo Stato e il peso dei giudizi negativi, c’era una dignità portata via da un’elemosina che elemosina non è, ma che così viene percepito[1].
Al di là delle idee politiche personali, il punto non è e non può essere solo l’analisi economica, priva del lato umano. Si può non essere d’accordo con le misure prese e con le modalità di assegnazione, si possono avere delle obiezioni, si possono notare delle criticità da risolvere, ma non si dovrebbe mai condannare moralmente e umanamente chi si trova in uno stato di povertà.
I singoli casi dei “furbetti” non giustificano i giudizi crudeli e disumani nelle pubbliche piazze.
Forse quello che potremmo chiederci è come mai una donna come Federica, con un dottorato e con una grande esperienza si sia trovata costretta a chiedere un aiuto del genere allo Stato? E ancora, perché lo Stato preferisca disporre ed elargire un RdC piuttosto che iniziare a parlare di temi come il salario minimo o l’accesso al lavoro?
Perché non investe i soldi concessi dall’Europa in termini di istruzione, salute e lavoro, piuttosto che sulle spese militari?
PER GUERRA E PER PAURA
Così, la lotta alla povertà ha almeno due fronti.
Da un lato c’è un Paese che non la considera una priorità e preferisce finanziare la guerra. Infatti, l’ordine di grandezza delle spese militari è di miliardi l’anno, non di milioni come quelle per il Fondo Povertà.
Purtroppo, la serietà dell’argomento non permette di apprezzare l’ironia della scelta di combattere la povertà con meno impegno di quello usato per finanziare degli ipotetici combattimenti o dei conflitti armati, causa di picchi di miseria nei luoghi in cui avvengono.
Poi c’è l’altro fronte, dato dallo stigma sociale, dal disprezzo o, nel migliore dei casi, dalla compassione che accompagnano la vita di chi ha bisogno di aiuti economici. Questo lato della lotta risulta anche più difficile da affrontare rispetto all’altro. Infatti, esiste la speranza che il popolo possa influenzare le scelte del Governo indirizzando i fondi verso determinati settori, ma si rivela illusoria quando la popolazione non è interessata a un argomento o lo giudica lontano da sé, non rilevante e non urgente.
Inoltre, probabilmente l’atteggiamento politico verso il problema ha la stessa radice dello stigma sociale, del disprezzo e della compassione già nominati. La ricerca di una soluzione dovrebbe partire da un’analisi di queste risposte e di queste sensazioni.
Personalmente, credo che siano sentimenti e scelte figlie della paura, del timore di ritrovarsi poveri. Così, molte persone allontanano il pensiero e decidono di credere che la condizione di povertà sia causata da demeriti personali. In questo modo ognuno può pensare che chi non sbaglia niente non corra il rischio di trovarsi in ristrettezze economiche e si protegge dalle preoccupazioni.
Al salto nel buio della comprensione reale della povertà e della sua casualità, necessaria per impegnarsi a combatterla, si preferisce tenere “stretti i propri denari, assillati dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento”, come citava in Borghesia, Claudio Lolli nel 1972.
(https://www.youtube.com/watch?v=Ql7Q3xab_eM)
Irene Solaini

[1] https://www.eticaeconomia.it/federica-linvisibile-scrive-a-chiara-la-presidente-a-proposito-di-divani-e-reddito-di-cittadinanza/
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