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LA CONNIVENZA NEL PROCESSO DI DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DA PARTE DI ITALIANI

25 Gennaio 2024
LA CONNIVENZA NEL PROCESSO DI DEPORTAZIONE DEGLI ITALIANI DA PARTE DI ITALIANI

Il collaborazionismo italiano alle attività di “caccia”, di esproprio di beni, di arresto, di trasferimento nei campi di concentramento della penisola, quindi di deportazione con successivo sterminio nelle camere a gas in Germania e Polonia di decine di migliaia di uomini, donne e bambini italiani di “razza ebraica”, avvenne durante l’occupazione tedesca successiva all’8 settembre 1943. Molte città come Roma, Trieste, Milano (insieme ad altri luoghi del nord Italia nel territorio della Repubblica Sociale italiana sorta all’inizio dell’autunno del 1943) e Firenze, ne portano ancora segni e echi.

Dopo le leggi razziali promulgate nel 1938 dal governo italiano, fu iI Congresso del Partito Fascista Repubblicano di Salò, del 14 novembre 1943 a Verona, a promulgare l’ordinanza n. 5 di Bufferini Guidi, con cui si ribadiva per gli ebrei italiani lo status di stranieri e nemici dell’Italia. 

Fu la mussoliniana Repubblica di Salò a offrire quindi con zelo la collaborazione necessaria al pianificatore operativo tedesco della Shoah Adolf Eichmann per: gli uomini, le questure, le prefetture e la rete di spie e delatori. 

Fu la Repubblica di Salò a dichiarare l’obbligo di arresto e moltiplicare i campi di concentramento di carattere provinciale portandoli a 25 nelle province del nord Italia e da lì convogliare progressivamente le persone, comprese quelle provenienti dalle carceri, al campo nazionale di Fossoli, vicino Modena, quindi sui treni merci per i campi dell’Europa orientale, lontano dagli occhi occidentali come previsto dal protocollo dello sterminio. 

In questo collaborazionismo fattivo e fattuale (che diventa spesso connivenza), maturano di lì in poi le operazioni di cattura e deportazione. 

A Roma il 16 ottobre 1943 è l’ufficiale delle SS Theodor Dannecker, uno specialista della materia, a condurre i rastrellamenti nel Ghetto di Roma (ma anche in altre zone della città come Portonaccio) che porteranno in un sol colpo alla deportazione a Auschwitz di 1022 romani e romane.
Dal gennaio 1944 la questione ebraica a Roma sarà invece condotta da Herbert Kappler. In questo caso l’ufficiale si avvarrà anche di alcune bande di italiani (unico caso nel panorama dell’Europa occidentale) formate da ex spie della polizia politica fascista e da criminali comuni che hanno la particolarità di vivere nei luoghi delle persone cacciate e di conoscerle personalmente. Le persone arrestate da queste “bande di polizia” e dalle questure fasciste, vengono condotte nel carcere di Via Tasso e torturati (anche alla presenza di collaborazionisti) perché facciano altri nomi di vicini e familiari ebrei. La banda Charlie Mezzaroma, per esempio, procurerà a Kappler decine di ebrei romani per la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Da gennaio a maggio 1944 le bande arresteranno quasi 500 persone sulle 750 totali.
I nazisti avevano vissuto come un fallimento la deportazione del 16 ottobre di “soli”  1022 unità e passarono quindi da un atteggiamento di poca fiducia nei confronti della collaborazione italiana a un altro, che considerò le bande romane come una risorsa per il lavoro di caccia all’ebreo. Oltre alle bande ci sono delatori che in cambio del pagamento di una taglia collaborano con le autorità nazifasciste. Il 21 marzo le SS accompagnate da un certo Leonardo L e dai nazifascisti, cattureranno un’intera famiglia ebrea di 20 persone al Rione Monti, in cambio di molti soldi. 

A Trieste operò la banda Collotti, efferatissima, costituita da convinti fascisti, antisemiti e antislavi, che operò a stretto contatto con le SS dando vita a una catena di montaggio per arrestare e imprigionare ebrei nella risiera di San Sabba, che aveva una camera a gas e dove avvennero centinaia di uccisioni già su suolo italiano con resti dispersi in mare, ritrovati in occasione di un processo ai responsabili celebrato negli anni settanta.

I nazisti tenteranno di distruggere le prove nella loro ritirata facendo saltare in aria il campo. Non ci riusciranno.
Proprio a Trieste Mussolini aveva annunciato il 18 settembre 1938 le “Leggi razziali” giustificate “dagli incontestabili fatti” che “l’ebraismo mondiale è stato nemico irrimediabile del fascismo”. Anche a Trieste quindi intervengono a fianco dei nazisti gli italiani, a partire dal 1944.

Nella città opera anche un delatore ebreo italiano di nome Mauro Grini, che si muove anche per tutto il nord Italia, facendo deportare 40 persone internate a Padova, mentre a Venezia fa arrestare i componenti dell’intera famiglia Trevi espropriandole e altre persone, tutte inviate a Auschwitz.

Milano è una città piena di comandi militari nazisti. La questione ebraica viene seguita dall’ufficiale delle SS Koch, che si installa nell’Albergo Regina di Via Silvio Pellico e che spesso caccia da solo, arrestando decine di persone al giorno, con la piena connivenza dei fascisti italiani e di cittadini delatori. Opererà anche qui Mauro Grini. Diversi milanesi si mettono a disposizione dei nazisti, tra cui Federico K, con compiti di interprete del Maresciallo Koch. Accompagnerà i nazisti dalla famiglia dell’ingegner Italia e dell’industriale Moneta per il loro arresto, collocandosi successivamente con la moglie nella casa lasciata dagli Italia. A Milano, di contro, l’organizzazione cattolica Oscar organizza una rete per accompagnare le persone verso il confine italo svizzero e per metterle in salvo.

A Firenze opera invece la banda italiana Moneta. Ma non solo, il prefetto della Repubblica Sociale Manganiello apre un ufficio specifico che si occupa di questione ebraica, guidato da Giovanni Martelloni il “piccolo Eichmann fiorentino”. Non va solo a caccia di persone ma anche dei beni degli ebrei. Anche da Firenze partono i convogli per Auschwitz e altri campi, dal binario 1 della stazione di Santa Maria Novella.  

Se il motto “italiani brava gente” è ormai solo una formula vuota, come gli storici ci hanno mostrato in diversi modi, lo è a maggior ragione nella pagina nera della persecuzione dei concittadini ebrei durante l’occupazione. Sono molti infatti gli episodi di stretto legame con l’antisemitismo nazi fascista che hanno visto protagonisti uomini delle istituzioni della Repubblica di Salò e semplici cittadini. 

Spesso non sono stati rintracciati e puniti i colpevoli, anche per la mancanza di un processo complessivo ai responsabili dei crimini fascisti.

Probabilmente pesa la mancanza di un corrispettivo italiano del “Processo di Norimberga” celebrato in Germania dopo la guerra. 

Unico conforto, oggi, sono i luoghi delle nostre città che ricordano quello che è stato. Pietre d’inciampo, vie e targhe dedicate alle vittime, musei della memoria. 

Per non dimenticare e per non tornare, in forme nuove, a esercitare violenza e sopraffazione di uomini su uomini.

Per la Redazione

Fabrizio Ferraro

Gli italiani che vendettero gli Ebrei ai Nazisti

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