OCCHI CHE CAMBIANO

18 Luglio 2022
OCCHI CHE CAMBIANO

“Il servizio civile dura per sempre: a prescindere da dove mi porterà la vita, i miei occhi resteranno sempre quelli che sono cambiati in quell’esperienza. Adesso che sono dall’altra parte, vedo il cambiamento nei vostri occhi.”

Daniela Farina

Con queste parole è stato aperto un incontro di formazione da Daniela Farina, un’operatrice locale di riferimento per i volontari in servizio civile, anche lei civilista nella sua storia. 

Dal 1972, anno della sua istituzione, il servizio civile è cambiato più volte. Le riforme principali sono state due: quella del 2001, quando il servizio civile è diventato volontario e accessibile per le donne, e quella del 2017, quando ha assunto il nome di Servizio civile universale.

Grazie al carattere volontario ed universale, il servizio civile rappresenta un’opportunità per molti giovani: a volte rende possibile addentrarsi in ambienti attinenti al proprio campo di studi in modo protetto, altre permette di sperimentare qualcosa di completamente diverso. In altri casi, apre le porte di un’esperienza all’estero.
Crea contatti fra persone con spiriti affini e fornisce anche una prima fonte di guadagno conciliabile con altre attività, ad esempio lo studio. Permette lo sviluppo delle proprie competenze ed è anche considerato una forma di contrasto al problema della disoccupazione giovanile. L’aspetto economico, per quanto importante e imprescindibile in un Paese come l’Italia, non dovrebbe però oscurare quello umano, personale e civico, che è alla base del profondo cambiamento che si vede fin dentro gli occhi.

Per raccontare le varie prospettive di questa esperienza, abbiamo parlato con Sara, che ha terminato il suo anno di servizio civile nel mese di giugno di quest’anno. 

In che modo, secondo te, il tuo servizio ha contribuito alla costruzione della pace e alla diffusione della Nonviolenza?

«Ho svolto, e da poco concluso, il Servizio Civile Universale all’interno della Casa Famiglia Rosetta, una struttura che ospita minori stranieri non accompagnati e, più in generale, adolescenti la cui famiglia si è verificata momentaneamente non idonea alla crescita degli stessi. Il Servizio Civile secondo me è un atto di amore, di attenzione e cura del prossimo, un occhio attento e un ascolto amorevole. Svolgendosi, per la maggior parte dei progetti, in gruppo, permette l’unione, la condivisione di valori e garantisce (come nel mio caso) l’espressione di esempi sani e positivi. Insegna ad amare, amarsi, scoprirsi dando un piccolo contributo che conferisce speranza al mondo del sociale che, ad oggi, si mostra debole. In tempi avversi, dove la violenza sembra l’unica forma di interazione, comunicazione e azione, il Servizio Civile mostra invece un’altra possibilità: la cura. L’uomo nasce come animale sociale, bisognoso del prossimo perché è proprio da questo che si costruisce ma spesso ci dimentichiamo di quanto l’altro possa essere importante, ci soffermiamo sull’asse dell’ “io” arginando quel “tu”, spesso bisognoso di aiuto.»

In che modo questo anno di SC ti è stato utile e ti arricchito come giovane?

«Ho avuto la fortuna di lavorare in un settore che ho scelto come percorso formativo universitario, in quanto laureata in Scienze dell’educazione questo anno in struttura mi ha permesso di crescere moralmente e professionalmente. Ho avuto modo di confrontarmi con un ambito che ho sempre guardato come un obiettivo professionale lontano e che, invece, il Servizio Civile ha reso possibile. Grazie alle competenze acquisite nel mio percorso di studi, alle formazioni impartite dalla struttura e al contributo di ogni utente con il quale ho interagito, ho avuto modo di costruire la mia persona, di consolidare valori che hanno costruito una solida rete in me. È un progetto al quale ho creduto e per il quale ho investito, a volte errando, tutto il mio potenziale e il mio amore; sono stata emotivamente coinvolta con ognuno degli utenti presenti in struttura ed è  grazie a loro e con loro che ho preso forma. Sono stata affiancata da educatori professionali, con anni di esperienza alle spalle, che mi hanno lasciato a volte senza rendersene conto, grandi insegnamenti. Il SCU è una guida, un percorso di crescita che permette ai giovani di evolvere e, al tempo stesso, dare un fondamentale contributo sociale.»

C’è una parola o una canzone o altro che assoceresti a quest’esperienza/che ritieni rappresentativa di quest’esperienza?

«Sicuramente l’amore è stato il principale asse del mio percorso. Ho dato voce ad ogni mia fragilità ma anche ai miei punti di forza, ho modellato e smussato tratti caratteriali e professionali ai quali prima non avevo dato ascolto. Ho imparato la condivisione, la completa dedizione al prossimo, l’amore per se stessi e per l’altro, la gioia di un abbraccio e del successo e il dolore del distacco e della chiusura dei singoli progetti educativi. Ho imparato ad ampliare il mio sguardo, a sensibilizzare il mio ascolto e a tendere la mano all’altro nel momento del bisogno.»

C’è un episodio in particolare che ti piacerebbe raccontare?

«Ricordo con tenerezza e con grande nostalgia uno degli utenti che mi ha coinvolta in questo anno. È stato il primo con il quale ho interagito e, nonostante il suo quadro clinico decisamente complesso, quello che mi ha “donato” un amore profondo e incomparabile. Abbiamo condiviso lezioni universitarie che ascoltava con sorprendente interesse, film Marvel, the pomeridiani, danni in cucina e innumerevoli chiacchierate di “sfogo”. Era la mia ombra, molto legato a me e alle attenzioni che amorevolmente gli dedicavo. Con lui sono cresciuta professionalmente e ho investito ogni mia competenza, creatività ed emozione per coinvolgerlo in una realtà dalla quale lui continuava a fuggire. Il giorno in cui ha deciso autonomamente di lasciare la struttura e, di conseguenza, chiudere il collocamento, qualcosa dentro di me si è spezzato. Abbiamo insieme chiuso la sua valigia, mentre mi continuava a ripetere se fossi dispiaciuta per la sua scelta e per quanto volessi trattenerlo, sapevo che quel luogo non poteva essere il suo, non più. L’ho salutato con un vuoto nel petto, consapevole che non l’avrei più rivisto. Questa esperienza mi ha aiutato a capire quanto amore io sia in grado di donare ed ha confermato quell’empatia e quella dedizione verso il prossimo che ho deciso di rendere il mio lavoro».

Anche Sara, come Daniela, ha parlato di uno sguardo ampliato dopo il servizio civile, ma anche di un ascolto diventato più sensibile.
Non credo sia un caso l’uso di una metafora che usi i cinque sensi (che sono il nostro collegamento con il mondo esterno) per parlare di un cambiamento personale che si rispecchia nel modo di porsi verso l’altro.
Infatti, gli elementi principali dell’esperienza di Sara sono stati amore, dedizione verso il prossimo, empatia, imparare a tendere la mano, ma anche a lasciare andare: non sono sentimenti o abilità che si vedono nella singola persona, ma nel suo rapporto con gli altri. È vero che, in parte, questi elementi sono dipesi dal progetto e dal contesto in cui Sara si è trovata e che lei ha scelto una situazione adeguata ai suoi studi e alla sua personalità, ma questa scelta è stata successiva alla decisione di dedicare un periodo della sua vita al servizio civile e ai suoi valori, che sono alla base della crescita personale.

di Irene Solaini

di La redazione
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