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Restare radicati: il valore delle tradizioni, della cultura e delle chakras andine nei processi di sviluppo rurale

12 Dicembre 2025
Restare radicati: il valore delle tradizioni, della cultura e delle chakras andine nei processi di sviluppo rurale

In un mondo che corre, che misura il valore delle cose in base alla produttività, alla velocità, al profitto, parlare di chakras andine può sembrare fuori tempo. Eppure, è proprio in questi spazi di terra coltivata con cura e rispetto che si custodisce qualcosa di essenziale: una memoria vivente. 

Le chakras non sono solo sistemi agricoli: sono il luogo in cui la terra incontra la storia, dove ogni seme contiene non solo nutrimento, ma identità, cultura, relazioni e tradizioni.

Le chakras andine sono sistemi agricoli tradizionali che rappresentano un pilastro della cultura indigena andina. Non si tratta solo di campi coltivati ma di spazi di vita, memoria e identità, dove la biodiversità agricola si intreccia con i saperi ancestrali. Si tratta di appezzamenti policolturali, curati secondo i cicli della natura. Ogni pianta ha una funzione non solo nutrizionale, ma anche culturale e simbolica.

La chakra è anche uno spazio sacro: un luogo dove si esprimono la spiritualità andina, il legame con la Pachamama (madre terra) e i rituali agricoli che scandiscono il tempo collettivo; sono momenti di relazione, celebrazione e gratitudine, che rinsaldano l’identità comunitaria.

Ogni ciclo di semina e raccolto rappresenta un gesto culturale, un modo per dire “ci siamo ancora”, per tramandare un sapere antico, collettivo, che resiste. Difendere le chakras significa difendere una visione del mondo: quella della reciprocità e connessione con la natura e del rispetto per il tempo.

Oggi, tutto questo è minacciato da un sistema che omologa, che standardizza e che cancella.

Le radici culturali dei pueblos indigeni si stanno lentamente assottigliando, travolte dall’agricoltura industriale, dall’esodo rurale, dalla perdita delle lingue native e dei rituali. Ma le radici, anche quando non si vedono, continuano a reggere il tronco. Tocca a noi scegliere se nutrirle o lasciarle seccare.

Questo è parte del conflitto su cui noi interveniamo, è quello legato alla perdita di identità e diritti delle comunità indigene, in particolare dei pueblos Karanky e Kayambi della Sierra Nord dell’Ecuador. 

La globalizzazione, il sistema capitalista e l’espansione del settore floricolo hanno accelerato processi di spopolamento rurale, abbandono delle terre e disgregazione culturale, contribuendo a minare profondamente tradizioni, saperi ancestrali e forme di produzione sostenibili. È in questo contesto che si inserisce il nostro intervento come Corpi Civili di Pace, attraverso un progetto che punta a sostenere lo sviluppo rurale e la sovranità alimentare, valorizzando le pratiche agricole tradizionali.

In particolare, noi due volontari, Selene e Filippo, operiamo nella città di Ibarra, dove collaboriamo con il FEPP (Fondo Ecuatoriano Populorum Progressio), una fondazione che lavora da anni al fianco delle comunità contadine e indigene per promuovere modelli di sviluppo sostenibile, equo e inclusivo.

All’interno di questa cornice, seguiamo il progetto Nina Muyu, che nella lingua kichwa significa “semi di fuoco”; l’obiettivo generale del progetto mira a combattere la disuguaglianza sociale, così come promuovere l’esercizio dei diritti sociali, culturali, economici e ambientali dei due popoli.

Nel concreto, come volontari andiamo direttamente sul campo per affiancare i tecnici del FEPP nelle diverse attività del progetto. Il nostro lavoro è trasversale: supportiamo la parte organizzativa, partecipiamo all’assistenza tecnica, raccogliamo video testimonianze e contribuiamo alla sistematizzazione dei dati raccolti, affinché le esperienze possano essere valorizzate e condivise. Inoltre, collaboriamo anche alla scrittura di nuovi progetti, per garantire continuità alle azioni intraprese e rispondere ai bisogni emergenti delle comunità.

Il nostro primo obiettivo è stato entrare in relazione con le persone, conoscere le realtà locali,

osservare e ascoltare. Progressivamente, stiamo contribuendo a rafforzare i processi interni del progetto, fornendo strumenti per la gestione, la visibilità e la comunicazione delle attività svolte.

Essere presenti in questo contesto ci fa toccare con mano quanto lo sviluppo non possa essere disconnesso dalla cultura, dall’identità e dalla dignità dei popoli come spesso accade purtroppo anche nei progetti di cooperazione che rischiano di appiattire le differenze. Qui, invece, il valore sta nel recuperare ciò che già esiste, ciò che è stato messo ai margini ma che possiede un enorme potenziale.

Essere qui, accompagnare le comunità nel recupero delle proprie chakras, non è solo un progetto di sviluppo rurale. È un atto di ascolto, di rispetto, e anche di lotta. 

Perché restare radicati, oggi più che mai, è un gesto rivoluzionario.

Per la redazione

Selene Silmin e Filippo Lo Meo

Corpi civili di Pace

IBARRA – Ecuador

Reconociendo las señales de Pachamama – Cosmovisión indígena en Ecuador

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