Skip to main content

Bisan Owda: che effetto hanno su di noi le testimonianze da Gaza?

23 Marzo 2026
Bisan Owda: che effetto hanno su di noi le testimonianze da Gaza?

“Hi, this is Bisan from Gaza…”

Con queste parole, Bisan Owda, giornalista e filmmaker palestinese, ha trasformato il suo telefono in uno strumento di testimonianza quotidiana, raccontando al mondo la vita sotto assedio nella Striscia di Gaza.

I contenuti di Owda consistono principalmente in brevi video girati con lo smartphone, in cui documenta in prima persona ciò che accade attorno a lei. Racconta la vita quotidiana durante l’assedio in tutti i suoi aspetti: gli spostamenti, la mancanza di beni essenziali, le condizioni di vita. Alterna spesso aggiornamenti informativi a momenti più personali, raccontando il suo stato d’animo.

La giornalista ha inoltre ricevuto l’International Emmy Award nella categoria Outstanding Hard News Feature Story per il documentario “It’s Bisan from Gaza – and I’m Still Alive”. Il cortometraggio, prodotto da AJ+, racconta i primi giorni dei bombardamenti su Gaza e le conseguenze dirette sulla popolazione civile.

Quello di usare il telefono, inquadrarsi e parlare a una telecamera è un gesto che associamo spontaneamente a tutt’altro: ai social, agli influencer, ad un gesto frivolo e lontano dai grandi drammi del mondo. Eppure, nel 2026, questa stessa modalità comunicativa è diventata uno dei canali più diretti e potenti per raccontare la guerra. Testimonianze come quella di Bisan Owda ci arrivano in tempo reale, trasformandosi in un archivio digitale doloroso dal quale non dovremmo distogliere lo sguardo.

Se un tempo la guerra poteva apparire come qualcosa di lontano o come una narrazione filtrata da giornali e telegiornali, oggi ci raggiunge attraverso le testimonianze dirette di chi la vive. Ma in che modo questi contenuti arrivano fino a noi? E soprattutto, come li guardiamo?

È assurdo pensare che queste immagini compaiono nei nostri feed accanto alle foto di celebrità o ai momenti quotidiani dei nostri amici. Che sia chiaro, questi reportage sono necessari e preziosi, oltre che testimoni del coraggio di chi li condivide. Eppure, il contesto in cui vengono condivisi, ovvero quello dei social media, rischia di creare un cortocircuito dentro noi spettatori.

La tragedia del genocidio palestinese è ormai da tempo inglobata nel flusso continuo dei social. 

Un flusso che appare quasi distopico, uno scorrere continuo di immagini di distruzione e sofferenza alternate a contenuti banali, ironici, o da reel dalla nuova crema viso miracolosa sponsorizzata da qualche influencer. 

È un cortocircuito visivo ed emotivo, dentro al quale vivono realtà lontanissime tra loro che a lungo andare creano in chi guarda una forte una progressiva desensibilizzazione ai contenuti. 

Pensare di essere ormai assuefatti da quelle immagini è spaventoso, ma è un dato reale, soprattutto dopo questi ultimi anni. 

E’ importante allenarsi a rimanere informati, non distogliere lo sguardo, e a non dimenticare ciò di cui siamo testimoni semplicemente passando oltre con un semplice gesto di scroll del nostro dito. 

Per la redazione

Giulia Savegnago

‘It’s Bisan from Gaza and I’m Still Alive’

Rubriche
Appunti di vista
Lascia un commento

Rispondi

Rimani aggiornato con i nostri eventi
Iscriviti alla Newsletter di Appunti di Pace