Bianca Cerri e i Detenuti nel Braccio della Morte
Bianca Cerri fu scrittrice, giornalista esperta in politica statunitense e attivista.
Iniziò ad occuparsi dei detenuti nel braccio della morte quando, nel 1994 a Roma, risponde a un annuncio di un quotidiano, da parte di Rodney Rachal, il quale cerca amici di penna, durante la sua detenzione.
Da questo momento inizia una fitta corrispondenza di lettere tra lei e anche altri detenuti, i quali troveranno un’amica, una confidente, una finestra per riparlare al mondo delle proprie emozioni, delle paure, del sentirsi fragili e vulnerabili, cosa che in strada era impossibile da pensare; dell’essere uomini, del sentirsi traditi dallo Stato, della solitudine.
Rodney Rachal, è un uomo di 54 anni, che fin da bambino conosce solo la strada come punto di riferimento. Nell’ottobre del 1990, a vent’anni, con un gruppo di amici elabora un piano per rapinare i residenti di un ricco quartiere, ma qualcosa va storto e muoiono due passanti.
Rodney sarà accusato di omicidio e rapina a mano armata.
Bianca ascolta la sua storia e lo considera un uomo che nonostante la sua condizione non perde il senso dell’umorismo e che non vuole essere un peso per chi lo assiste. Lo aiuta a sopravvivere, poiché Rodney era gravemente malato, quasi cieco, con l’AIDS e bisognoso quindi di assistenza.
Bianca per anni si dedica a mettere in luce la vita di decine e decine di condannati del Texas, i quali sono stati assistiti da lei anche legalmente, oltre che psicologicamente e fisicamente.
Ci lascia nel 2022 a seguito di una malattia e il COVID che le fu fatale e scriverà ai detenuti fino alla sua morte.
Nell’archivio di Bianca, che l’amica e collega Marzia Coronati si occuperà di curare, così come lei desiderava per mantenere e rinnovare la memoria, ci sono documenti, disegni, poesie, lettere dei detenuti che leggerà e studierà.
Marzia, scoprì che Rodney, il primo detenuto con il quale Bianca aveva scritto, aveva scampato la pena di morte in 4 ergastoli e che quindi doveva essere ancora vivo e ritetette lei stessa l’esperienza di ricerca e confronto con lui.
Nell’archivio di Bianca sono conservati i sentimenti più intimi della depressione, della disperazione, della follia di chi non sa più avere speranza alcuna di continuare a vivere.
Questo era il desiderio di Bianca, lasciare il suo lavoro in eredità nostra, per continuare a divulgare le storie, i sentimenti, l’umanità di chi si trova faccia a faccia con un destino già scritto con la morte.
Le parole di alcuni detenuti esprimono la loro condizione, il tessuto sociale nel quale crescono, le loro prospettive, il loro dolore.
[…Non vi vedo da tanto tempo, la nonna non viene da più di un anno e sono passati quasi sei mesi dall’ultima volta che ti ho visto. Credo che quel lavoro faticoso che siete costrette a fare vi faccia pagare ormai un prezzo troppo alto. Neanche io riesco a stare bene. Spesso penso che il mondo è un posto strano, specialmente quando si vive all’interno di un sistema governato dal capitale in cui il mondo, oltre che strano, è ingiusto..]
[..L’idea che ci facciamo della nostra virilità è spesso basata su falsi concetti, proprio perché maturiamo in una specie di congelamento provvisorio. Inconsciamente, ogni tentativo di maturazione è pregiudicato da questo. È veramente un grave danno avere un concetto di mascolinità pregiudicato da concezioni errate. Molti di noi hanno maturato tutto quello che sanno vivendo per strada. Ritengo che molti neri della nuova generazione finiranno inevitabilmente in prigione. Come me, si troveranno a vivere tra sbarre d’acciaio e cemento armato. Ormai, tutto il mondo per me è al di là di queste sbarre..]
Emerson – braccio della morte – Texas – 15 luglio 1998.
[..La domanda che mi rivolgono spesso, o almeno quella che mi sono sentito rivolgere un numero infinito di volte sino a oggi, è: “Ma come si vive nel braccio della morte?”.
Non so bene cosa rispondere. Credo che non esistano neanche le parole sufficienti per interpretare il vastissimo spettro di emozioni che esistono qui. Ecco, direi che vivere nel braccio della morte è prima di tutto un’esperienza emotiva. E non so se spetti a me dire che cos’è il braccio della morte. Un compagno di prigionia mi ha detto: “Tu sei un nero e i neri non li sta a sentire mai nessuno”.]
[..A me manca molto il contatto con l’altro sesso. Non solo dal lato sessuale, ma anche nel senso dell’intimità. Mi sono sforzato di recidere i miei nervi emotivi, altrimenti non avrei resistito. Oltretutto, qui non è consentito mostrare debolezze. Chi si fa scoprire debole perde ogni credibilità. Quello che bisogna fare è soffocare il proprio io interiore e, al tempo stesso, crearsi un’immagine esterna senza cedimenti. Bisogna rimanere freddi e distanti per sopravvivere qui..]
[..Qui la pazzia si fa vedere ovunque: in alcune celle ci sono uomini che non fanno che dormire, annegando nel sonno la loro frustrazione. Giù in fondo c’è un uomo che fa finta di essere ubriaco perché soltanto così riesce a far finta di sopportare questo ambiente. Altri non hanno mai detto neanche una parola da quando sono arrivato qui. E c’è il tizio che invece sente musica tutto il giorno e si mette a ballare da solo. La musica è un’ancora di salvezza per lui. La musica è la sola amica che ha. Altri camminano barcollando, come mummie..]
Muenda – Braccio della morte -Texas – Inverno l997.
Marzia Coronati riesce a ridare vita un’altra volta al lavoro di Bianca e realizza con il supporto di Next New Media un audio documentario, musicato da Matteo Portelli, che intitola “Cara Bianca”.
Vi invitiamo ad ascoltare questa testimonianza, questi racconti di donne e uomini nel braccio della morte, con la speranza che piano piano sempre più Stati aboliscano questa tortura disumana.
Per la redazione
Francesca Drago
Enrico Ruggeri & Andrea Mirò – Nessuno tocchi Caino
Cara Bianca – Epistolario da braccio della morte https://open.spotify.com/show/3Jw4VubwVX1aMuv2UXFsGD?si=o89PvN_LRA-jIy5cAnIktg
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