Skip to main content

SIATE COME IL BAMBÙ, CHE SI PIEGA MA NON SI SPEZZA: Tena, INBAR, l‘Ecuador: la mia esperienza con i Corpi Civili di Pace

22 Ottobre 2024
SIATE COME IL BAMBÙ, CHE SI PIEGA MA NON SI SPEZZA: Tena, INBAR, l‘Ecuador: la mia esperienza con i Corpi Civili di Pace

Mi piace scrivere e non lo faccio così spesso. 

Inoltre, scrivere di un’esperienza durata un anno, così complessa e ricca di dettagli, di eventi e percezioni, non è immediato. 

C’é bisogno di tempo, spazio per slegare le varie relazioni, discernere e fare ordine sull’ accaduto.

Sicuramente un buon esercizio, e per ciò, partirò dall’inizio.

Ho sempre amato viaggiare. 

Non solo per vedere posti nuovi, quanto per testimoniare come un certo tipo di conoscenza, stando in un posto per sufficiente tempo, lentamente inizia a svilupparsi.

Il fatto che i miei genitori vengano da posti diversi e lontani potrebbe aver alimentato in me la curiosità per l’ altro, ma credo che questa mia necessità sia un mezzo per soddisfare una nuova e più completa chiave di lettura del mondo e delle sue leggi, dato che non tutto è sempre in piena vista. Soprattutto la cultura, la storia di un luogo e delle persone che lo abitano. 

Conoscevo già i Corpi Civili di Pace. 

Mi ero quasi promesso di non partire. Era il momento per me di trovare un lavoro coerente con i miei studi, mi dicevo, inoltre ero stato fuori già parecchio e farlo di nuovo mi costava energie che non sentivo di avere.  

Non c’era però da pensare troppo: stavo cercando di cambiare lavoro, da ingegnere mi costava passare le giornate in ufficio e appena ho letto il bando dove erano scritti tutti i progetti, uno in particolare mi ha catturato: un anno in Amazzonia a lavorare con le comunità locali ed il Bambú. Non c’era da pensare troppo, e infatti ho applicato subito. 

Certo, c’erano le selezioni. Ma a volte, forse capita a tutti, c’è uno spazio dentro di noi nel quale la fiducia, il desiderio e l’intenzione interagiscono facendo sì che le cose diventino realtà. Sono un ragazzo fortunato e a Novembre sono partito per l’ Ecuador. 

In un momento in cui mi chiedevo se stessi facendo qualcosa che mi riempisse, in termini lavorativi, la chiamata dei CCP è caduta a pennello.

Partire per l’Amazzonia a lavorare con il bambù mi avrebbe dato l’opportunità di andare nel polmone della terra e vivere con le persone di quel luogo, tra le ultime del pianeta a conservare tradizioni ancestrali, non solo, era per me una grande opportunità per conoscere il clima e la terra di un ecosistema così meravigliosamente complesso, ma soprattutto, vedere con i miei occhi la distruzione di ognuno di questi elementi.

Si, perché questa volta non ero illuso.

La prima volta che andai in Sud America, sulle Ande, pensavo di trovare armonia e rispetto per la natura, conoscenze e usi mantenuti nel tempo. 

Non è stato così. Ho trovato povertà, traffico a 4.000 metri, miniere sconfinate, abusivismo, contaminazione, insomma gli effetti di un sistema globale che ha permesso me di andare fin giù, e non permette loro di venir quassù, per usare riferimenti spaziali che potremmo discutere.

Infatti, per me è stato possibile nella mia vita viaggiare, tramite risparmi personali o con progetti quali i CCP. É difficile testimoniare una situazione equivalente per una persona nata in Ecuador, per esempio, dove le opportunità sono infinitesime.

Quelle terre, Ande e Amazzonia, sono estremamente ricche di risorse, e come tali sono immensamente sfruttate. 

Prendere parte ai CCP per me significava vivere questi contrasti, meraviglia e distruzione, e apprendere. Inoltre, farlo nel contesto di un’organizzazione che lavora con una risorsa locale, in un progetto il cui obiettivo è fornire alternative economiche sostenibili per le comunità locali, mi dava l’opportunità di vivere in diretto contatto con il territorio ed evitare di concentrarmi esclusivamente sulla distruzione sistemica che come tale, distrugge anche noi. 

INBAR è un organo composto da circa 50 governi di tutto il mondo il cui scopo è promuovere l’ uso del bambù e del rattan (una palma asiatica) come risorse sostenibili con differenti fini, dalla costruzione, la rigenerazione di suoli degradati, fino alla sostituzione della plastica con fibre vegetali del bambù, oltre ai mille altri usi, come l’ artigianato, cosmetica o alimentario. 

La sede centrale è in Cina, paese che ha investito di più in termini di ricerca sulla pianta del Bambù. E non a caso: è una specie che è stata massivamente introdotta per sopperire agli effetti tragici della deforestazione che avanzava, come sempre a causa dello scambio alberi – PIL.

Il progetto nel quale ci siamo inseriti, io e la mia compagna di servizio, aveva come obiettivo la valorizzazione del bambù (una specie endemica in particolare, la Guadua Angustifolia) per iniziare a promuovere la sua catena di valore. 

Quest’ultimo si trova abbastanza ovunque soprattutto nella fascia collinare compresa tra le Ande e l’Amazzonia, dove eravamo. É una pianta che per lo più si trova in stato naturale e svolge una funzione ecosistemica molto importante: oltre alla stabilità e alla rigenerazione dei terreni nei quali si trova, é un filtro estremamente efficace per la depurazione dell’ acqua ed é un regolatore dell’ umidità del suolo. 

Si, le canne di bambù sono piene di acqua al loro interno, la cui quantità varia a seconda delle stagioni, quindi a seconda del deficit idrico del suolo. 

Il lavoro consisteva di più fasi, qui in ordine temporale:

– Richiamo alle conoscenze delle comunità riguardo la pianta, le varietà presenti nel territorio, le loro differenze i rispettivi usi ancestrali della pianta. Questi momenti erano non solo belli ma anche fondamentali in quanto il discorso che si instaurava nel gruppo faceva sì che le persone ricordassero pezzi della loro storia, della conoscenza dei loro genitori, nonni, e non di meno, dei territori che abitano. 

– Formazione, prima ai rappresentanti delle comunità, e poi, insieme a loro aiuto, alle comunità. La formazione era tecnica e principalmente sui servizi eco-sistemici del bambù, sugli usi commerciali e non, sulla propagazione, piantumazione e soprattutto gestione della “mancha” di bambú. Infatti il bambù, soprattutto la Guadua, deve essere gestito, potato, se si vuole utilizzare a pieno il suo potenziale e migliorarne la qualità. É bello e notevole vedere come la relazione tra queste due specie, umana e vegetale, sia evidentemente sinergica nel caso del bambù.

– Propagazione e piantumazione di bambù, con fini commerciali e non, cercando di relazionarsi alle esigenze del territorio. Qui vengono i cosiddetti servizi ecosistemici: studiando il territorio si possono identificare i suoi punti critici (spesso nati a seguito dell’azione umana diretta o indiretta) ed intervenire utilizzando le proprietà e le capacità di determinate specie vegetali, in questo caso.  

  Il bambù, come anticipato, può prevenire l’erosione, ricostituire suoli erosi e poveri, creare barriere e corridoi, mantenere le fonti d’acqua attraverso il suo ciclo idrico (non a caso il bambù cresce naturalmente vicino l’acqua ). 

– Regolamentazione delle pratiche per coltivare e vendere bambù, legalizzazione dei terreni, permessi, workshop e seminari con i ministeri e ottenimento di certificazioni di qualità. Sicuramente la parte meno eccitante ma non meno importante e senza la quale ogni sforzo sarebbe rimasto invano. In un territorio rurale com’è l’Amazzonia, regolarizzare i processi è una sfida, che con sé trascina i vari problemi di un territorio complesso e ricco di ambiguità ed interessi. 

Ogni fase ha svelato un lato della realtà di quel posto, di noi, delle persone con cui lavoravamo. 

Fin da subito abbiamo avuto ben chiaro di essere gli “ultimi arrivati”, per di più da un continente ricco come l’ Europa. Porci con rispetto ed apertura fin dal primo istante ha fatto sì che venissimo accolti a braccia aperte, con il sorriso e la curiosità di qualcuno che non ha mai nemmeno pensato di prendere un aereo. La differenza dei mondi percepiti é a volte così grande che la cosa migliore da fare è rimanere in ascolto. Alcuni di loro non avevano mai visto il mare. Il mare. Vedere le loro reazioni, il giorno che siamo andati a fare il bagno nel pacifico, è uno dei ricordi più belli che mantengo. 

Sapete, i popoli indigeni sono grandi conoscitori della Terra. 

É vero, questa conoscenza si sta perdendo. Ma é ancora li. Resiste una visione del mondo che non è ancora stata del tutto inghiottita dalla macchina globale del consumismo materiale e non. Resistono dei valori ed un’etica legati alla Terra, alle specie che la vivono, alle persone e ai cicli naturali che regolano il tutto. Al potere curativo non solo delle piante e degli animali, dell’acqua, ma soprattutto della relazione profonda con l’altro che si manifesta, attraverso simboli, elementi, archetipi, eventi, ma che è invisibile a noi narcotizzati, e che oggi ancora per pochi, pochissimi, é la dimensione principale. Una relazione luce-ombra, reale, sia terrena che spirituale, viva quanto mai. 

La cosmovisione e il patrimonio culturale dei popoli si sta prosciugando, sbiadendo. 

D’altronde non c’è molto da poter fare, i soldi son soldi e per poter sopravvivere bisogna adattarsi, magari scoprendo che il sistema in realtà è vizioso, e si finisce per destinare terre ancestrali all’ estrazione di oro, o a mono coltivi tossici per il suolo, se va bene. 

Se va male, le stesse terre vengono invase ed espropriate da parte di compagnie estere, con il consenso dello stato, e destinate allo stesso fine, ma in scala massiccia, industriale, con effetti devastanti sull’ambiente e sulle persone.

Fare esperienza di ciò è stato prezioso per me. 

E sono consapevole che il conflitto più rilevante è quello generato dalla perdita di tale potere, il potere della conoscenza, della saggezza, della fiducia nella vita. Con queste ultime parole non faccio riferimento esclusivamente alle popolazioni indigene o rurali in generale. Penso a noi, protagonisti e protagoniste di una società soporifera, che fa di tutto per farci dimenticare, pensare che una storia e una relazione di sinergia tra noi e l'”altro” non sia esistita e non sia possibile oggi. I conflitti sono più evidenti che mai, e se non tutto è visibile a prima vista, è chiaro che siamo fuori asse, senza direzione e senza un’etica che ci accompagni nel nostro percorso di crescita collettivo. 

Probabilmente é così che vanno le cose, a cicli, e come questo, ne verrà un altro dove non sarà il collasso la percezione di base, ma chissà la gioia, la fiducia, la Pace.

Per il lettore e la lettrice, chiedo di provare a non cercare tra le righe una dose di rassegnazione: essere chiari e conoscere quanto più possibile la “realtà”, per quanto personale, ci rende liberi. Infatti, per quanto cruda possa essere, è nostra la scelta di come porci ed agire. 

Il sorriso funziona di più. 

I Corpi Civili di Pace mi hanno ricordato tutto ciò. 

Invito chiunque abbia anche un pizzico di curiosità di cercare informazioni, di contattare me e le altre persone che come me hanno fatto tesoro di questa esperienza. 

Lascio la mia mail in fondo, grazie per la lettura.

Per la Redazione 

Quetzal Balducci

quetzal.balducci@gmail.com 

Le proprietà uniche del bambù superano quelle dell’acciaio

Rubriche
Appunti di vista
Lascia un commento

Rispondi

Rimani aggiornato con i nostri eventi
Iscriviti alla Newsletter di Appunti di Pace