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Il potere di una penna

21 Novembre 2024
Il potere di una penna

“Se devo morire,

tu devi vivere

per raccontare la mia storia

per vendere le mie cose

per comprare un pezzo di stoffa

e dello spago,

(bianco con una coda lunga)

cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza

guardando il cielo negli occhi

aspettando suo padre che se ne andò in fiamme—

senza dire addio a nessuno

nemmeno alla sua carne

nemmeno a se stesso—

veda l’aquilone, il mio aquilone che tu hai fatto, volare in alto sopra

e pensi per un momento che ci sia un angelo lì

riportando l’amore

Se devo morire

lascia che porti speranza

lascia che sia una storia”

Questi versi compongono l’ultima poesia del poeta, scrittore e attivista gazawi Refaat Alareer, scritta il 1° Novembre 2023. 

Un mese dopo, nella notte del 6 Dicembre, un raid israeliano colpì la sua casa uccidendo lui e altri sette membri della sua famiglia.

In seguito alla sua morte “Se devo morire” è stata ampiamente condivisa sui social media; la bellezza delle sue parole, pur così semplici, aveva colpito migliaia di persone che, consapevolmente o meno, facendo click sul tasto “share” compivano un piccolo ma importante atto di lotta nonviolenta. 

Refaat Alareer nacque a Gaza il 23 Settembre del 1973, nel quartiere occupato di Shuja’iyya. Nel 2001 si laurea in letteratura all’Università islamica di Gaza, dove nel 2007 diventerà un prominente professore di letteratura mondiale e scrittura creativa. Nello stesso anno ottiene un master presso l’University College London. Era un grande appassionato delle opere di Shakespeare, le quali erano spesso oggetto delle sue lezioni. 

Nel suo articolo “Non esistono poemi di distruzione di massa” risalente al 2015, racconta di come una lezione sull’opera “Il Mercante di Venezia”, comparata a “Otello”, divenne un emozionante e sorprendente esercizio di empatia per i suoi studenti e una prova di come il suo operato aveva la forza di creare un cambiamento. Refaat già conosceva molto bene il potere delle parole, però. 

Il ricercatore e letterato Jehad Abusalim disse “Refaat Alareer comprendeva il potere della lingua inglese. Capiva che in un posto come Gaza, dove le risorse educative erano scarse e le istituzioni erano tagliate fuori dal resto del mondo, la sua maestria nel parlare inglese era più che una semplice capacità. Era una missione”.

Refaat incoraggiava i suoi studenti a scrivere in lingua inglese per raccontare di Gaza e dell’occupazione israeliana, rendendo la scrittura un vero e proprio mezzo di resistenza e autodeterminazione. Il mondo, così, non avrebbe potuto ignorare le loro voci o ridurre le loro vite a dei numeri su una statistica.

Con questa premessa, e con l’idea di dare ai giovani una piattaforma per poter condividere i loro testi, nel 2014 nasce il progetto non-profit dell’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor “We are not numbers”, del quale Refaat Alareer era co-fondatore. Il progetto “We are not numbers” offre a ogni partecipante sei mesi di formazione e tutoraggio da parte di scrittori, giornalisti e comunicatori inglesi esperti.

Refaat stesso è stato editor di una antologia chiamata “Gaza Writes Back”, una raccolta di storie brevi scritte da 15 autori gazawi. Le testimonianze dell’antologia tratteggiano la quotidianità, la resilienza e i sogni di un popolo sotto occupazione che crede ancora in un futuro di pace e libertà. Un futuro in cui credeva anche Refaat.

La morte di Refaat Alareer è stata un duro colpo per la comunità di Gaza. Aveva solo 44 anni, e a ricordarlo erano la sua famiglia e gli studenti che nei suoi 15 anni di insegnamento aveva incoraggiato a farsi sentire. Veniva descritto come una persona dall’animo sensibile ed un senso dell’umorismo spiccato. 

In eredità ci lascia le sue poesie, i suoi saggi e racconti su Gaza, ma anche la sua storia e la prova che il cambiamento può prendere molteplici forme, anche quella di una penna. 

Per la redazione

Vivien Simonetti 

“If I must die” by Refaat Alareer

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