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Unire le voci di Israele e Palestina per la pace

21 Novembre 2024
Unire le voci di Israele e Palestina per la pace

Il Movimento nonviolento promuove la Campagna di Obiezione alla guerra dal 2022 e, tra le molteplici iniziative, ha organizzato un tour in Italia, iniziato il 16 ottobre a Milano e concluso a Bari il 26 ottobre. 

Gli appuntamenti a Roma sono stati diversi e ho potuto partecipare con il CESC Project a due di questi: il 23 ottobre con i ragazzi e le ragazze del Servizio Civile nella sede di ENGIM a San Lorenzo, organizzato con la rete Le vie della nonviolenza, e il 24 ottobre alla conferenza stampa tenutasi a Montecitorio con la partecipazione dell’intergruppo parlamentare per la pace. 

Sofia Orr e Daniel Mizrahi (israeliani, hanno rifiutato armi e divisa, sono obiettori di coscienza e per questo reduci dal carcere), Tarteel Yasser Al Junaidi e Aisha Amer (palestinesi, sono attiviste nonviolente e difendono i diritti umani, contro l’occupazione) sono quattro testimoni di pace che credono nel dialogo e lavorano insieme, come “gruppo misto” israelo-palestinese, in rappresentanza di due importanti movimenti: Mesarvot (una rete di giovani attivisti israeliani che rifiutano di prestare il servizio militare obbligatorio), e Community Peacemaker Teams (CPT) – Palestina (che sostiene la resistenza di base nonviolenta guidata dai palestinesi contro l’occupazione israeliana).

Gli incontri si sono basati sulle loro testimonianze e sul racconto delle loro scelte. 

Tarteel viene dalla Cisgiordania ed è cresciuta sapendo che la sua voce non sarebbe stata sentita. Per questo si è unita a CPT: per aiutare chi non ha una voce a trovarne una. La pace, dice, non viene raggiunta senza giustizia e finché c’è la violenza continuerà l’ingiustizia. È essenziale fermare il genocidio in atto e da lì partire per trovare soluzione alternative che risolvano i problemi presenti in entrambe le popolazioni.

Daniel, invece, si è opposto al servizio militare israeliano e perciò è stato 50 giorni rinchiuso in carcere. È cresciuto in un paese in cui non c’era convivenza tra israeliani e palestinesi e solo quando è andato a studiare all’università a Gerusalemme si è reso conto delle distanze e delle differenze tra i due popoli. Ha iniziato a fare domande e ha cercato di capire; quando poi è stato il momento di arruolarsi ha preferito andare in prigione piuttosto che avere sangue sulle mani. Lo Stato di Israele, dice, non è una democrazia: i palestinesi non possono votare, non hanno libertà di parola (cosa che non è concessa nemmeno agli obiettori o a chi è contrario con i dettami dello stato), non possono influenzare lo stato in nessun modo. È una questione di umanità, dice Daniel, mettere fine alla situazione a Gaza e in Cisgiordania per mettere fine alla guerra e avere finalmente la pace. 

Sofia, anche lei israeliana, ha fatto un totale di 85 giorni di carcere perché ha rifiutato il servizio militare. Ha raccontato di come lo stato di Israele non vuole che le voci degli obiettori vengano ascoltate e fanno di tutto per ostacolarli. Il suo scopo è portare la voce della pace e della giustizia nell’opinione pubblica. “Il cambiamento sul campo può avvenire solo se Israele sente la pressione internazionale e per fare ciò è essenziale smettere di finanziare la guerra”. È fondamentale, per Sofia, portare questo messaggio e unire le voci di entrambi i popoli: sia Israele sia Palestina. 

Aisha è una palestinese di Gerusalemme e possiede la cittadinanza israeliana, ma è una “cittadinanza di secondo grado”. Tutti i palestinesi che possiedono la cittadinanza israeliana sono costretti a imparare l’ebraico e hanno il divieto di parlare di quello che succede veramente ai palestinesi, così gli israeliani non sanno cosa succede veramente. Aisha racconta del controllo a cui sono sottoposti: un professore universitario è stato espulso dopo aver spiegato in aula cosa stesse veramente accadendo a Gaza, una ragazza espulsa dall’università dopo aver pubblicato sui social media una denuncia contro il governo.

Lo scopo del tour è proprio quello di portare il messaggio di pace a più persone possibili, per fermare l’ondata di violenza e il genocidio in atto a Gaza e in Cisgiordania, e quello di raccogliere fondi per aiutare le associazioni di cui fanno parte Tarteel, Daniel, Aisha e Sofia. 

Sono stati incontri colmi di spunti di riflessione e un richiamo alla responsabilità collettiva: è necessario agire per fermare l’ingiustizia e promuovere il dialogo. 

Il loro coraggio dimostra che, anche nelle situazioni più difficili, la nonviolenza può essere una forza trasformativa. 

Ogni gesto di solidarietà e ogni voce che si unisce a questa causa può contribuire a costruire un futuro di pace.

Per la Redazione

Nicoletta Capotorto

Willie Peyote – Metti Che Domani 

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