Nessuna giustizia sociale senza sovranità.
La voce di un militante del del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
È una fredda sera di novembre, e nella frazione di Caselle, dove i palazzi scrostati sembrano chinarsi l’uno verso l’altro come vecchi amici stanchi, me lo trovo davanti.
Turar (nome di fantasia) ha l’aspetto di un uomo scolpito più dalla volontà che dalla natura. Alto e slanciato, con un cappotto militare di lana sbiadita e un basco nero calcato sulla fronte, porta con sé una presenza grave e carismatica, che fa sussurrare chi lo incrocia per strada, che fa abbassare lo sguardo ai curiosi che ci spiano dalle finestre.
Non è giovane, ma i suoi occhi bruciano di un fuoco intransigente. Sono occhi che hanno visto il lavoro duro e il sacrificio, ma anche la gloria. Eppure, c’è qualcosa in lui che lo separa dai rivoluzionari con cui si è soliti litigare nei circoli Arci. La sua figura, rigorosa e austera, ricorda un’altra epoca; la sua postura è orgogliosa e disciplinata, è una postura che si addice tanto alla falce, quanto alla spada.
No, non è un comunista come gli altri; non come quelli che indossano magliette rosse, cresciuti sotto l’ala paterna di Bertinotti. È un uomo radicato nella terra, nella convinzione che il popolo e la patria siano due facce inseparabili della stessa medaglia; è un uomo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Sulla parete accanto al bar della frazione ha affisso un manifesto scritto a mano, con la calligrafia ferma di chi non ammette tentennamenti: «La nostra lotta è lotta di questo popolo, di questa terra. Non ci sarà mai giustizia sociale senza sovranità, e mai sovranità senza giustizia per chi lavora. Nessun potere straniero, nessun capitale internazionale può decidere il futuro di un popolo che conosce il proprio valore e il proprio dovere. Viva la rivoluzione, viva la patria!».
Mi vede; quindi, mi avvicino in modo calmo, con il dovuto rispetto. È così che inizia la nostra conversazione.
Cos’è il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina?
«Il Fronte Popolare è un’organizzazione politica di orientamento marxista-leninista fondata da George Habash. La sua missione è quella di ottenere la liberazione della Palestina dall’occupazione coloniale sionista. Vogliamo promuovere la creazione di uno Stato palestinese democratico, che possa comprendere l’intero territorio della Palestina storica e avere Gerusalemme come capitale. È importante notare che, nonostante la legittimità delle nostre aspirazioni, le nazioni del Canada, degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Europea ci hanno inserito ingiustamente nella lista delle organizzazioni terroristiche, etichettando erroneamente il nostro movimento, il quale si fonda su principi di giustizia e autodeterminazione.»
Come si è caratterizzata la sua attività?
«La nostra strategia organizzativa non è né casuale né istintiva. Ci presentiamo come un partito rivoluzionario di natura radicale, e la nostra rivoluzione si fonda su un’approfondita pianificazione strategica e tattica. Ogni azione è il risultato di un’analisi razionale delle forze in gioco, con particolare attenzione alle vulnerabilità, sia le nostre che quelle del nostro avversario. L’obiettivo è mobilitare le masse, guidandole con precisione e determinazione verso la vittoria. Per il raggiungimento di un simile obiettivo, la disciplina organizzativa è imprescindibile: è la base su cui costruire il successo a lungo termine.»
Quali sono i suoi ideali di riferimento?
«L’FPLP è un movimento politico fondato su principi anti-sionisti e anti-imperialisti. Come già ti ho detto, vogliamo dar vita a una Palestina unita, laica ed egualitaria. I nostri metodi strategici contemplano la cooperazione con altre formazioni arabe, lo sviluppo di un progetto rivoluzionario orientato alla giustizia e all’autosufficienza, e l’evitamento di conflitti distruttivi interni. La nostra visione è razionale, sistematica, orientata a un cambiamento significativo. L’equità e la stabilità della Palestina sono i nostri obiettivi di lungo periodo.»
Con quali realtà italiane hai trovato affinità?
«In base alla mia analisi, ritengo che il partito italiano che più si avvicina agli ideali del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sia Democrazia Sovrana e Popolare. Questo partito appare l’unica forza politica autenticamente secolare e coerentemente anti-sionista, caratterizzata da una visione razionale e non ideologica. La sua posizione, purtroppo, risulta essere tra le poche che non cedono a pressioni esterne, mantenendo un’adesione sostanziale a principi di indipendenza e giustizia. Questa integrità non è comune – e non premia – nel panorama politico italiano, sempre più incline al compromesso e alla superficialità.»
Quali sono le prospettive di lotta che riesci a intravedere?
«La situazione attuale è indubbiamente complessa e in evoluzione. Dal 2000, anno in cui George Habash si è ritirato dalla politica, ci troviamo a fronteggiare sfide continue. Il suo successore, Abu Ali Mustafa, è morto nel 2001. Il nostro attuale segretario, Ahmad al-Sa’dat, è stato catturato dagli israeliani a Gerico. Infine, la nostra influenza sui territori occupati è in calo. Tuttavia, restiamo il principale partito di sinistra palestinese, con Hamas, nazionalisti, e Fatah, liberali, che ci precedono. Nonostante il contesto difficile, continuiamo a essere una forza significativa, seppur confrontati con ostacoli notevoli.»
Chiudiamo con un’incursione nella vita politica degli Stati Uniti. Che ne pensi della vittoria di Donald Trump?
«Il trionfo di Donald Trump e l’ingresso strategico di Elon Musk nel panorama politico degli Stati Uniti non sono semplicemente episodi rilevanti della storia politica americana; segnano piuttosto una riorganizzazione profonda dell’equilibrio globale. Trump, pur se radicato nel capitalismo tradizionale, costituisce un’alterazione significativa per l’establishment liberale statunitense e globale. Musk, araldo di un capitalismo tecnologico complesso e non categorizzabile, possiede il potenziale per dar vita a una ‘nuova era’ della sovranità nazionale, alimentata da innovazione e potere strategico. È troppo presto per determinare con certezza quale forma di autorità emergerà dalla Casa Bianca o dal ‘Nuovo Ordine Mondiale’ che si sta configurando, ma è evidente che la mera restaurazione di un ordine capitalista più tradizionale e meno cosmopolita non sarà sufficiente. Occorre una visione più articolata e strutturata, capace di orientare le dinamiche globali verso una nuova era di autodeterminazione e potere consolidato.»
Per la Redazione
Christian Trevisti
Striscia di Gaza e Hamas: storia del territorio palestinese e del movimento in guerra con Israele
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