Costruire nuovi ponti
Secondo il Global Peace Index, un indice di pace globale istituito dall’Istituto per l’Economia e la Pace, nel 2024 si sono registrati circa 56 conflitti aperti. Un numero ben superiore a quello che si era registrato durante la Seconda guerra mondiale. L’Italia, sempre secondo il report, starebbe al 33° posto, in declino rispetto al 31º occupato nel 2020.
Ai vertici di questi conflitti pensiamo spesso a persone di vecchie generazioni, a politici, funzionari e diplomatici che non vivranno le conseguenze delle proprie decisioni a lungo. Questo scenario non può essere che la rappresentazione, seppur parziale, di una parte della popolazione.
Secondo le stime mondiali nel 2020 i giovani tra le età di 15 e 24 anni erano 1.2 miliardi. Molti di loro vivono nei territori dove si combattono almeno uno dei 56 conflitti sopracitati, alcuni iniziati molto prima che nascessero, ma che vivono sulle proprie pelli giornalmente.
Il problema della rappresentanza giovanile nelle istituzioni pare essere comune a molte realtà organizzative, statali o sovranazionali che siano.
Con queste considerazioni, e con l’idea di poter cambiare l’incidenza di partecipazione giovanile nella mediazione dei conflitti, il 9 Dicembre 2015 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la Risoluzione n. 2250, un atto giuridico che verte a dare più attenzione ai giovani e la loro posizione nei processi di sicurezza e costruzione di pace.
Il testo è diviso in 22 divisi in 6 sezioni:
Il documento tratta vari aspetti legati al ruolo dei giovani nei conflitti e nei processi di pace. In particolare:
- Partecipazione dei giovani: nelle iniziative di costruzione e mantenimento della pace.
- Protezione durante i conflitti: protezione dei civili durante i conflitti, con attenzione a garantire che i crimini di guerra e contro l’umanità siano puniti.
- Prevenzione delle tensioni sociali: promozione di iniziative per favorire il dialogo interculturale, la tolleranza e la coesione sociale, e dell’incoraggiamento dei giovani a partecipare attivamente alla costruzione di una cultura di pace
- Cooperazione internazionale: collaborazione degli Stati membri verte al supporto di iniziative con politiche appropriate e la coordinazione di vari attori sociali, politici e religiosi per arginare la radicalizzazione dei giovani e la promozione dell’inclusione sociale per prevenire la marginalizzazione.
- Reintegrazione dei giovani: si propongono proposte politiche ai fini della reintegrazione dei giovani coinvolti nei conflitti.
- Azioni future: viene sottolineata la necessità di intraprendere azioni coordinate a livello delle Nazioni Unite a sostegno della tematica e poter attuare progressi concreti.
Questo mese la Risoluzione compie 14 anni. In questo lasso di tempo anche il nostro paese ha mostrato il suo impegno, creando la Coalizione Giovani, Pace e Sicurezza. La coalizione lavora costantemente a proposte di dialogo intergenerazionale e l’identificazione, il supporto e la collaborazione con i centri giovanili dei territori.
La reintegrazione dei giovani nelle attività politiche e di mediazione sono essenziali per la comunità mondiale, perché sono il primo tassello nella costruzione di nuovi ponti di pace e di una realtà migliore di quella che abbiamo trovato.
Per la redazione
Vivien Simonetti
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