Tra Forni di Panela e Campi di Canna: un Incontro Umano nel Subtropico Andino
Nel cuore del subtropico andino ecuadoriano, tra vallate umide e colline dove la canna da zucchero cresce fitta e luminosa, ho vissuto un’esperienza che è andata molto oltre il lavoro tecnico.
Arrivato per collaborare alla costruzione di forni per la produzione di panela – il tradizionale zucchero grezzo ottenuto dalla bollitura del succo di canna – immaginavo un’attività concreta, manuale, forse impegnativa. Non avevo previsto, invece, quanto quella collaborazione sarebbe diventata uno scambio umano profondo e trasformativo.
La costruzione dei forni, necessari per migliorare efficienza e qualità del prodotto, si è rivelata un processo condiviso.
Ogni mattone, ogni misura, ogni accorgimento prendeva forma in un dialogo continuo tra me e i contadini locali, che mettevano insieme la loro sapienza empirica e i miei contributi tecnici. Accanto a questo lavoro fisico, abbiamo avviato una selezione delle varietà di canna più produttive, osservando insieme quali piante rispondessero meglio al terreno, alle piogge, ai parassiti. Era un’analisi agronomica, certo, ma anche un esercizio di osservazione comune: loro vedevano ciò che la terra dice nel quotidiano, io ciò che la tecnica può suggerire.
Uno dei momenti più significativi è stato l’insegnamento delle pratiche di coltivazione organica.
Non si trattava solo di proporre tecniche, ma di adattarle a un contesto culturale, climatico e simbolico molto diverso da quello a cui ero abituato. Mentre spiegavo i principi della fertilità naturale, del compost, della gestione biologica del suolo, loro mi restituivano storie, rituali, conoscenze tramandate, modi di “sentire” la terra più che di studiarla. Così l’apprendimento non scorreva dall’alto verso il basso, ma in entrambe le direzioni: io offrivo strumenti, loro offrivano una visione.
Quella quotidianità condivisa – i pranzi semplici, le lunghe camminate tra i filari di canna, le risate durante il lavoro – ha creato un ponte che ha superato le differenze culturali. Ho scoperto quanto profondamente la produzione di panela sia intrecciata con l’identità locale: non è solo un alimento, è una tradizione, una storia di famiglia, un’economia di sopravvivenza che diventa comunità.
Alla fine, il progetto non è rimasto un semplice intervento tecnico. È diventato un’esperienza di ampliamento reciproco: io ho portato conoscenze agronomiche, loro mi hanno insegnato modi diversi di abitare la terra e di vivere il lavoro.
Insieme abbiamo costruito connessioni, superato confini invisibili e generato una forma di crescita condivisa.
In quelle giornate, nel caldo dolce e pungente del succo di canna bollente, ho capito che lo sviluppo rurale non è mai unidirezionale.
È un dialogo, un incontro fra mondi, una miscela di tecnica e umanità capace di trasformare non solo i campi, ma anche le persone che li attraversano.
Per la redazione
Francesco Fustinoni
Operatore dei Corpi Civili di Pace
in servizio presso CESC Project e Gondwana

Rispondi