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Viaggio nella Memoria: la potenza di un “perchè”

27 Gennaio 2026
Viaggio nella Memoria: la potenza di un “perchè”

Ho un ricordo nitido di quando, alle elementari, la maestra di italiano parlò per la prima volta a noi alunni dell’Olocausto. 

Dico “nitido” non tanto perché ricordo i termini con cui ce ne parlò (anche se oggi mi piacerebbe saperlo, per capire come si possa avvicinare dei bambini a un tema del genere), quanto per le immagini che mi sono rimaste impresse. Forse ci fecero vedere un film: non ne ricordo il titolo, la storia o gli attori, ma solo alcune scene. Credo parlasse di una famiglia; ho ancora in mente l’immagine di un padre separato brutalmente dai propri figli e deportato nei campi.

Ricordo l’orrore che provai e un profondo senso di smarrimento. Quando sei una bambina, non hai molti appigli per trovare un senso a una vicenda simile. Le ragioni storiche, culturali, sociali, troppo complesse da elaborare a quell’età, forse non ci vennero nemmeno spiegate fino in fondo. 

Rimasi, semplicemente, piena di perchè.

Ricordo che per qualche notte non riuscii a dormire, temendo che i tedeschi potessero tornare, che avrebbero potuto prendersela, stavolta, con qualcun altro. Probabilmente fu la prima volta in cui entrai in contatto con la malvagità umana su una scala così vasta, e ci volle del tempo per riuscire a elaborarla. 

Onestamente, a quasi 28 anni, non so se ci sono mai riuscita del tutto. 

Ad esempio, non riesco a vedere film sulla vicenda, di solito evito di dire in giro che non ho mai visto “La vita è bella” di Benigni, nonostante sappia benissimo che non è neanche tra le rappresentazioni più crude dell’olocausto.

Però, lo scrivo qui, perchè è necessario per far comprendere la grande incertezza che ho provato quando tramite il mio ente di servizio civile, il CESC Project, mi è stato proposto di partecipare all’iniziativa del “Viaggio nella Memoria”. Il viaggio era organizzato dalla struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale con il coinvolgimento di operatrici e operatori volontari del Servizio civile, giovani dell’Agenzia Italiana per la Gioventù, atlete e atleti olimpici e paralimpici, insieme al Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e ai rappresentanti di CONI, CIP e della Comunità Ebraica di Roma.

L’itinerario prevedeva un percorso condiviso tra i luoghi in cui questi fatti sono avvenuti davvero, ovvero i campi di Birkenau e Auschwitz, spostandoci da Cracovia, dove avremmo invece visto il ghetto ebraico e La Fabbrica di Schindler. 

Il mio “sì” non è stato immediato, non solo per tutto quello che ho raccontato in queste righe, ma anche per il fatto che sarei partita senza conoscere nessuna delle persone che mi avrebbe accompagnata in questo viaggio. Mi chiedevo come sarebbe stato vivere quei luoghi senza un punto di riferimento, anche solo emotivo, vista la portata di ciò che avremmo visto, e la cosa un po’ mi spaventava.

Nonostante le incertezze, sentivo dentro di me che partecipare fosse una forma di responsabilità verso chi quelle cose le aveva vissute davvero, e allo stesso tempo un’occasione rara, forse irripetibile, da non lasciarmi sfuggire.

È difficile riassumere ciò che questo viaggio ha significato per me: le emozioni sono state troppe. Tutte le preoccupazioni legate al partire senza un punto di riferimento, insieme a persone sconosciute, sono svanite in poco tempo. Sin dall’inizio ho trovato affinità e armonia con alcune delle ragazze e dei ragazzi che hanno condiviso con me questa esperienza.

Siamo rimasti compatti per tutto il viaggio, attraversando insieme momenti i più leggeri e i momenti di dolore. Ci siamo cercati con lo sguardo davanti ai campi, quando eravamo smarriti e colmi di angoscia, bastava incrociare gli occhi di qualcuno per sentirsi compresi. A volte era sufficiente avvicinarsi e chiedere semplicemente “come stai?” dopo aver ascoltato l’ennesima storia atroce sui deportati.

Camminare per quei luoghi, percepire la vastità della macchina maligna dei campi di concentramento, osservare con i propri occhi oggetti appartenuti a persone a cui era stato strappato tutto, pensare che ogni oggetto avesse una propria storia e un proprio proprietario… questo ti lascia qualcosa dentro per sempre. 

Il viaggio è durato solo tre giorni, giorni pieni di visite e attività, e raramente c’è stato spazio per un momento solo per sé. 

Dopo la visita ai campi, però, ho avuto un piccolo attimo di tranquillità nella mia camera d’albergo, dove mi sono ritrovata sola per qualche istante: in quel momento ho sentito tutto il peso di ciò che avevo visto e mi sono lasciata andare a quelle sensazioni che avevo cercato di contenere durante la visita sul posto. Ho accolto quel dolore facendolo mio, un dolore che, seppur spietato, mi ricorda quanto sia importante non restare mai indifferenti alla sofferenza degli altri, anche quando riguarda persone lontane nel tempo e nello spazio.

Forse quell’unione spontanea che si era creata tra noi ragazze e ragazzi in viaggio è stata l’unica cosa in grado di consolarmi e di restituirmi un po’ di speranza di fronte a ciò che ho visto. Tornare, poi, a guardare il mondo al suo stato attuale, con la violenza che ancora ci circonda, un genocidio in atto, poliziotti che uccidono innocenti in strada, rabbia e ingiustizia ovunque, rende quel senso di vuoto ancora più profondo. 

Penso… “non abbiamo imparato nulla”. 

Penso… “siamo una specie profondamente sbagliata”. 

E per non farmi inghiottire dal buio, cerco di trovare una luce, in quei piccoli gesti mai banali, quelli che ho visto e vissuto in questo viaggio con sconosciuti che sono diventati compagni, che mi ricordano che c’è ancora qualcosa di umano in cui vale la pena credere.

Non sono più quella bambina che non dorme la notte dopo aver conosciuto la storia dello sterminio ebraico. Adesso conosco i fatti, le ragioni politiche, culturali, sociali. Eppure tutto ciò non basta per dare una spiegazione razionale alla portata della sofferenza umana che ho sentito in quei luoghi. Anzi, forse, conoscerli ancora più a fondo, camminarci attraverso, guardarli con i miei occhi, mi lascia ancora più smarrita di prima. E la rabbia continua a crescere, quando vedo tutto questo ripetersi ancora oggi, davanti ai nostri occhi.

Non c’è ragione storica che tenga. 

Davanti a tanta malvagità, mi sento ancora quella bambina che si chiede…

 “Perchè?”

Per la redazione

  Giulia Savegnago

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