In punta di piedi, tra le mani della pace
Quelimane ci ha accolte nel cuore della notte, avvolte dall’umidità, con le strade buie e dissestate e la fatica di un viaggio che sembrava non finire mai. Ma a sorprenderci, prima ancora del caldo e delle valigie smarrite, è stata la forza silenziosa di un luogo che appare fragile solo in apparenza. Perché a Quelimane la vita pulsa ovunque: tra i venditori ambulanti che cantano all’alba, tra le moto che sfrecciano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia, tra le mani instancabili delle donne che coltivano, cucinano, crescono figli e animano la comunità. È qui, in questo angolo di Mozambico tanto vivo quanto dimenticato, che è cominciata la nostra esperienza con i Corpi Civili di Pace (CCP).
Abbiamo scelto di partire perché crediamo che la pace non sia un concetto astratto, ma un’azione concreta che si costruisce nel quotidiano. Lo abbiamo capito fin dai primi giorni, quando le nostre presenze, ancora sconosciute, suscitavano curiosità mista a diffidenza. In un territorio segnato da povertà e sfruttamento, l’essere accolti non è scontato. Ma, lentamente, un saluto in più, un sorriso inaspettato, una chiacchiera tra il portoghese e il chuabo, hanno fatto breccia. È proprio nella costruzione delle relazioni, nella capacità di ascoltare e farsi ascoltare, che comincia il nostro vero lavoro di pace.
Il contesto in cui ci muoviamo è complesso. Quelimane, capitale della provincia della Zambézia, si trova in una delle regioni più povere del Mozambico. Qui le conseguenze della crisi climatica non sono più una minaccia futura: sono già realtà.
L’erosione delle coste, le alluvioni, la perdita dei raccolti, sono problemi quotidiani che minacciano la sicurezza alimentare e le condizioni di vita di migliaia di persone. In questo scenario, il progetto di Mani Tese, lente di accoglienza per il quale siamo in servizio, rappresenta uno spazio di resistenza e di speranza, promuovendo sovranità alimentare, agroecologia e giustizia ambientale.
Il nostro contributo, come volontarie dei CCP, si inserisce in questo contesto con delicatezza, ma con determinazione. Partecipiamo attivamente alla vita dei progetti: negli orti comunitari che stiamo realizzando insieme alle donne delle comunità di Gogone e Torrone, nella riforestazione delle mangrovie a Icidua, nelle formazioni che promuovono pratiche agricole sostenibili.
Ogni attività è un’occasione per condividere saperi, per apprendere, ma anche per riconoscere le barriere, quelle linguistiche, culturali, storiche, e cercare di superarle con rispetto e umiltà.
Uno degli aspetti più intensi del nostro lavoro è proprio questo continuo andare “in punta di piedi”: esserci senza imporsi, supportare senza sostituirsi.
La nostra forza, se c’è, sta nella costanza.
Nel tornare ogni giorno nelle stesse comunità, nel ricordare i nomi, nel fermarsi ad ascoltare anche ciò che non viene detto. È un lavoro lento, silenzioso, ma profondamente umano.
Essere Corpi Civili di Pace significa anche confrontarsi con il proprio privilegio.
Qui siamo inevitabilmente viste come “diverse”, associate a un’immagine di ricchezza e potere. Ma giorno dopo giorno cerchiamo di spogliarci di quei simboli, a essere semplicemente persone tra persone. In fondo, il vero senso della nostra presenza non è portare qualcosa, ma costruire uno spazio in cui ci si possa riconoscere, dove chi è ai margini possa sentirsi al centro.
Non sono mancati i momenti difficili: giornate sotto il sole cocente, frustrazioni per incomprensioni, dubbi sul nostro reale impatto.
Ma ci sono stati anche i piccoli successi: una donna che ci confida di sentirsi finalmente ascoltata o un gruppo di bambini che ci saluta per nome, ridendo. Sono istanti minimi, ma preziosi. È in questi frammenti che sentiamo di fare davvero pace.
Oggi siamo solo all’inizio, eppure già sentiamo che Quelimane ci sta cambiando. Non perché la stiamo salvando, non è questo il nostro compito, ma perché ci costringe ogni giorno a rimettere in discussione i nostri schemi, le nostre certezze, e ci insegna un altro modo di stare nel mondo: più lento, più attento, più essenziale.
Se c’è un’immagine che porteremo con noi è quella delle mani impolverate e sorridenti delle donne con cui lavoriamo negli orti.
Mani forti, segnate dalla fatica, ma capaci di seminare futuro.
È accanto a loro che, forse, stiamo imparando davvero cosa significhi essere operatrici di pace.
Per la redazione
Larisa Macovei e Benedetta Tuccillo
Dilon Djindji – Mozambique
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