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Quando esserci diventa un atto di pace

30 Gennaio 2026
Quando esserci diventa un atto di pace

Sono arrivata a Quelimane in Mozambico per operare come Operatrice dei Corpi Civili di Pace, ma col tempo ho capito che non ero partita solo per “fare volontariato”. 

Sono partita anche per rispondere a una domanda che mi accompagna da anni: 

cosa possiamo fare, noi giovani, in un mondo che sembra andare costantemente verso il conflitto?

La mia generazione è cresciuta attraversando crisi continue. 

Abbiamo visto crollare i mercati, saltare le certezze economiche, fermarsi il mondo durante una pandemia globale. Abbiamo assistito a guerre sempre più vicine, normalizzate dai notiziari, mentre oggi si torna a parlare apertamente di conflitti di un’entità mai vista prima. 

I governi firmano accordi che non rispettano, violano patti internazionali, ignorano il diritto umanitario. E intanto, a noi resta addosso una sensazione persistente di ansia e impotenza.

Quel sentimento lo conoscevo bene prima di partire. La sensazione di stare fermi, di osservare l’inevitabile senza avere strumenti reali per intervenire. È da lì che nasce, per me, il senso dei Corpi Civili di Pace.

A Quelimane ho incontrato un altro modo di intendere la pace. 

Non come assenza di guerra, ma come presenza quotidiana: di relazioni, di ascolto, di responsabilità. In un contesto segnato dalla povertà, dagli effetti devastanti del cambiamento climatico e da profonde disuguaglianze sociali, ho visto quanto la pace sia fragile e allo stesso tempo concreta. È accesso all’educazione, è possibilità di lavoro, è dignità. È la possibilità, soprattutto per donne e giovani, di immaginare un futuro.

Essere Corpo Civile di Pace non è “salvare” nessuno, è scegliere di esserci. 

Scegliere di vivere in contesti complessi, riconoscere il proprio privilegio, metterlo in discussione e trasformarlo in responsabilità. Significa agire come singoli, sapendo però di far parte di qualcosa di più grande.

Ed è qui che i Corpi Civili di Pace diventano una risposta anche per i giovani europei di oggi. Perché attivarsi cambia radicalmente il modo in cui si guarda al mondo. Quando smetti di restare fermo ad aspettare che tutto peggiori, quando decidi di fare la tua parte, per quanto piccola, quel senso di impotenza si trasforma. Non scompare la paura, ma nasce una direzione. Nasce una speranza concreta, fondata sull’impegno e non sull’illusione.

I Corpi Civili di Pace rappresentano questo: un’alternativa reale alla rassegnazione. 

Dove i governi falliscono, dove la politica istituzionale perde credibilità, i giovani possono rimboccarsi le maniche. Possono costruire legami invece che muri, presenza invece che controllo, cooperazione invece che dominio. Possono dimostrare che la pace non è passività, ma azione costante.

A Quelimane ho capito che ogni gesto conta: una relazione costruita con pazienza, un progetto portato avanti insieme, una fiducia guadagnata nel tempo. Sono semi. Non cambiano il mondo dall’oggi al domani, ma creano terreno fertile. E senza terreno fertile, nessun futuro è possibile.

I Corpi Civili di Pace servono perché ci ricordano che non siamo spettatori della storia.

Servono perché offrono uno spazio a chi non vuole limitarsi a indignarsi, ma sente il bisogno di fare. 

Servono perché trasformano la paura in responsabilità e la speranza in pratica.

In un’epoca in cui tutto sembra spingerci alla chiusura e alla violenza, scegliere di costruire pace è un atto radicale. 

E forse è proprio da qui, dall’impegno concreto dei singoli, che può nascere un movimento capace di cambiare davvero le cose.

Per la redazione

Larisa B. Macovei

Operatrice dei CCP 

con CESC Project e Mani Tese

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