Genocidio: una parola che nasce dalla memoria e interroga il presente
La parola genocidio non nasce come concetto astratto, ma come risposta a una frattura storica: viene coniata nel 1944 dal giurista Raphael Lemkin per nominare lo sterminio sistematico del popolo ebraico perpetrato dal regime nazista.
Una parola necessaria per spiegare e delineare l’indicibile e per impedire che un crimine di tale portata potesse ripetersi senza responsabilità.
Il genocidio, infatti, non coincide semplicemente con l’elevato numero di vittime. Secondo il diritto internazionale, indica l’intenzione deliberata di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico o religioso in quanto tale. È su questa definizione che, nel 1948, si fonda la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio: uno degli strumenti giuridici più importanti nati all’indomani della Shoah.
Il genocidio ebraico rappresenta il paradigma storico e morale di questo crimine.
Non solo per la sua estensione, ma per la sua pianificazione ideologica. La Shoah non è una tragedia tra le altre, è un punto di non ritorno nella storia dell’umanità, che ha imposto alla comunità internazionale di dotarsi di nuovi strumenti di tutela dei diritti umani. È proprio da questa esperienza che nasce la parola genocidio e il principio del “mai più”.
Oggi, questa stessa parola torna con forza nel dibattito pubblico per descrivere quanto sta accadendo in Palestina. Il suo utilizzo divide e suscita reazioni contrastanti. Ma è importante ricordarci che non si tratta di una disputa meramente linguistica: chiamare in causa il genocidio significa interrogare le responsabilità politiche e giuridiche degli Stati e della comunità internazionale.
Il nodo più delicato riguarda proprio il rapporto tra memoria e presente.
Il fatto che la parola genocidio nasca dalla Shoah non la rende un termine inaccessibile o improprio in altri contesti. Al contrario, essa è pensata come uno strumento universale, destinato a essere utilizzato ogni volta che si manifestano dinamiche di annientamento sistematico. Difendere l’unicità storica del genocidio ebraico non dovrebbe significare rendere indicibile la sofferenza di altri popoli, né trasformare la memoria in un’eccezione che paralizza il giudizio critico sul presente.
E come possiamo non chiamare genocidio quello a cui stiamo assistendo?
Quando la violenza non si limita allo scontro armato ma colpisce in modo sistematico la popolazione civile, distruggendo le condizioni minime per la sopravvivenza e rendendo impossibile ogni via di fuga, il diritto internazionale ci impone almeno di porre la domanda. Gaza è oggi il simbolo di un assedio spietato, in cui la vita quotidiana viene annientata insieme alle infrastrutture e alla dignità umana.
Ignorare questa realtà significa svuotare di senso le parole nate per prevenirla.
La storia insegna che il genocidio non inizia mai improvvisamente. È preceduto dalla normalizzazione della violenza, dalla disumanizzazione dell’altro, dal considerare accettabile se non, addirittura, necessaria la morte di civili.
Per questo il compito della comunità internazionale, ma anche di ciascuno di noi, non è solo ricordare ciò che è accaduto, ma riconoscere e denunciare ciò che accade oggi.
Per la Redazione
Giulia Savegnago
Gaza: Possiamo parlare di Genocidio? di Giovanni Pizzigoni
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