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Il popolo al di là dei confini

25 Giugno 2024
Il popolo al di là dei confini

Una fila lunga, lunghissima, che si perde a vista d’occhio, fatta di 25.000 dromedari (eh sì non mi è scappato uno zero in più) in sella ai quali spiccano a contrasto con il colore caldo delle dune sabbiose del deserto i copricapi color indaco, nero o bianco, degli uomini Tuareg.

Questa la scena che si propinava davanti l’albero del Ténéré tre volte l’anno durante i tempi d’oro precoloniali, prima che l’importanza del taghlamt (la carovana di dromedari) che partiva da Agadez alla volta delle saline di Fachi e Bilma, scemasse solo in un lontano ricordo per le fronde di quell’albero, che seppur soggetto alle impervie più dure del deserto, si stagliava impavido e solitario segnando la strada di ritorno a casa per la carovana di nomadi del deserto.

Purtroppo, ad oggi, gran parte della popolazione Tuareg o anche come loro si definiscono Kel Tamasheq, ovvero “coloro che parlano il Tamasheq” (una lingua berbera), ha dovuto abbandonare i suoi costumi nomadi, a causa di confini messi forfettariamente lungo delle colline di sabbia in continuo cambiamento, a favore di una vita più sedentaria tra i vari stati del nord africa (Mali, Algeria, Libia, Burkina Faso, Niger). L’origine di questo popolo è tuttora misteriosa e poco conosciuta e ciò si deve soprattutto alla loro tradizione letteraria fatta per lo più di racconti orali costituiti da miti e leggende. Il popolo blu, così soprannominato dai primi viaggiatori europei perchè avevano notato come il taguelmust (tipico copricapo indossato dagli uomini) lasciasse tracce sulla pelle del color indaco con cui erano colorati, seppur con origini dai bordi sfocati, era però caratterizzato da una cultura ben radicata e molto sentita. 

La società dei Tuareg era conformata con una struttura piramidale formata da caste con alla base gli schiavi neri, catturati e resi schiavi durante le razzie, e all’apice i fabbri, ritenuti abbastanza forti da saper domare il fuoco. Dall’appartenenza alla casta dipendeva anche il colore del copricapo indossato dagli uomini: bianco per le classi più povere, nero per quelle intermedie e indaco per i più abbienti. Una struttura che tutt’oggi si mantiene seppur sia finito lo schiavismo.

Un altro elemento che si è mantenuto costante nel tempo è quello che potremmo chiamare “progressismo” della figura femminile del popolo Tuareg. Era ed è difatti, nelle poche tribù rimaste, la donna ad essere proprietaria delle tende e ad avere la libertà di scegliere il proprio partner, oltre ad avere il “permesso” di poter avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Inoltre, come spesso accade, è la donna che chiede il divorzio e che una volta sancito, rimane con i beni dell’ex marito che si vede costretto a ritornare a casa dalla madre. Probabilmente è proprio per questo ruolo così prioritario che aveva ed ha la donna all’interno della società Tuareg, che il loro costume tipico è costituito appena da un velo per coprirsi il capo e incorniciare il viso adornato con colori estratti dalle piante.  

Questi aspetti che ad un occhio occidentale possono sembrare piccole conquiste sulla via della parità di genere, sono in realtà, ad oggi, dei grandi traguardi se si considera che la maggior parte della popolazione Tuareg è stata costretta ad abbandonare la propria religione animista per convertirsi all’islamismo (in cui nella maggior parte dei casi la figura femminile è spesso messa in secondo piano rispetto a quella maschile), senza però lasciare che la “modernità” arrivata con i coloni prima e con i decolonizzatori poi, gli intaccasse dei capisaldi della loro cultura.

Una cultura per la quale i Kel Tamasheq continuano a lottare fino ad oggi, per vedersi riconoscere a livello politico, economico e sociale ciò che sono in tutti quegli stati di cui in realtà non si sentono parte.

Se ad oggi noi europei conosciamo il popolo blu e le sue lotte un pò di più, ciò lo dobbiamo principalmente al duro lavoro di Mano Dayak, un Tuareg del Niger che dopo aver studiato all’estero si pose come missione quella di far conoscere il proprio popolo e i suoi costumi a tutto il resto del mondo. Fece ciò creando la famosissima competizione Rally-Dakar e coordinando le riprese del celebre film di Bertolucci “il tè nel deserto”. La dura lotta di Mano per aprire gli occhi del resto del mondo sul suo popolo fatto di terre senza confini per far sì che venisse riconosciuto a livello politico, economico, culturale e sociale, è quella che probabilmente lo ha portato alla sua morte. Infatti, dopo aver ottenuto da parte del governo del Niger il riconoscimento del gruppo trasnazionale del CRA (Coordination de la Résistance Armée), un coordinamento unitario di altri movimenti nati per la “liberazione” e legittimazione del popolo Tuareg in Niger, Mano Dayak intento a dirigersi alle trattative di pace con il governo nigerino, morì in circostanze misteriose.

Però, proprio come quell’acacia a ombrello solitaria nel deserto di Tènèrè che per più di 300 anni ha visto pian piano l’avvento della modernità sconvolgere tutto il mondo così come lo aveva sempre osservato silenziosamente, con i cammelli e dromedari che percorrevano le strade di sabbia per poi essere pian piano sostituiti dai più prestanti mezzi a motore, gli stessi che le sono stati fatali. Proprio come questa acacia che grazie alla sua tenacia ha suscitato l’ammirazione di tutte quelle persone che l’hanno incrociato lungo le traversate nel deserto, tanto da aver conservato i resti nel museo nazionale del Niger. Così, il popolo dei Tuareg, nonostante sia stato smembrato e stravolto da tutti i cambiamenti dell’epoca moderna, un giorno (non troppo lontano, mi auguro) riuscirà a vincere la lotta per l’autodeterminazione del proprio popolo sparso per il nord Africa. E perchè no? Magari anche a cavalcare in sella ai loro dromedari le dune sabbiose del deserto senza più alcun confine. 

Per la redazione

Sara Palumbo

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