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Impatto delle armi nucleari sulla pace e sulla sicurezza globale

28 Marzo 2024
Impatto delle armi nucleari sulla pace e sulla sicurezza globale

Nel Bhagavad Gita, il testo sacro indù, nella quale Vishnu cerca di ricordare al Principe i suoi doveri assumendo la sua forma con quattro braccia, si legge: “Kaalo asmi loka kshaya kritpraviddho”, ossia “Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”. 

Sono queste le parole che risuonarono il 16 luglio 1945 nella testa di quello che molti definiscono, con buona pace di Ettore Majorana, “il padre della bomba atomica”, J. Robert Oppenheimer, dopo l’esplosione della prima bomba termonucleare. Secondo Oppenheimer, da quel giorno in poi “il mondo non sarebbe mai più stato lo stesso”. 

La corsa agli armamenti nucleari dopo i fatti di Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente avvenuti il 6 e 9 agosto 1945, sembrano dare una storica ragione al padre della bomba atomica.
L’impatto delle armi nucleari si è manifestato in modo immediato attraverso un effetto domino. In risposta alla supremazia nucleare degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica ha accelerato il proprio programma nucleare, culminando nel primo test atomico nel 1949.  Questo ha innescato una serie di risposte da parte di altre potenze mondiali desiderose di mantenere il passo con le nuove realtà della guerra. La Gran Bretagna ha seguito nel 1952, succeduta dalla Francia nel 1960 e dalla Cina nel 1964. Questi paesi hanno destinato risorse significative allo sviluppo e al potenziamento delle proprie capacità nucleari, avviando una corsa agli armamenti senza precedenti e alimentando preoccupazioni sulla possibilità di un conflitto nucleare accidentale o provocato da errori di calcolo.
Un episodio emblematico è avvenuto il 26 settembre 1983, quando il tenente colonnello Stanislav Evgrafovič Petrov, dell’esercito sovietico, nel bunker Serpukhov 15, rilevò che cinque missili intercontinentali erano partiti da una base nel Montana. Se Petrov avesse segnalato l’attacco ai suoi superiori, avrebbe innescato una catena di eventi che avrebbe portato a una rappresaglia nucleare da parte dell’Unione Sovietica, con conseguenze catastrofiche. Tuttavia, invece di segnalare l’incidente come un attacco imminente da parte degli Stati Uniti, Petrov prese la decisione di non rispondere, mettendo in dubbio l’affidabilità del sistema di monitoraggio. Gli storici hanno successivamente confermato che ciò che il satellite sovietico aveva interpretato come il lancio di missili balistici era in realtà un riflesso del sole sulle nuvole.
Oltre a ciò, la corsa agli armamenti ha avuto conseguenze durature sulla politica mondiale e sulle relazioni internazionali a causa del progressivo aumento delle nazioni che hanno cercato di ottenere o sviluppare il proprio arsenale nucleare per proteggere i propri interessi nazionali e garantire la propria posizione di potere nello scacchiere internazionale. Ad oggi, tra democrazie e dittature, alle già citate cinque nazioni che dal 1945 al 1964 sono entrate nella corsa agli armamenti nucleari, se ne sommano altre quattro. Ordinandoli gerarchicamente per numero di testate possedute, i nove paesi sono: Russia, USA, Cina, Francia, Regno Unito, Pakistan, India, Israele e, infine, la Corea del Nord (l’Italia non dispone di armi atomiche in proprio, ma ne detiene circa settanta in affido nelle basi NATO sul suo territorio). Sommando le bombe termonucleari dei nove paesi, secondo le stime dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), si contano 12.512 testate nucleari esistenti nel mondo. Di queste, quasi 9.500 sono a disposizione degli eserciti per un potenziale utilizzo e più di 3.700 sono già schierate su missili e aerei.
Secondo alcuni studi, per distruggere l’umanità basterebbero e avanzerebbero una cinquantina di bombe termonucleari. Se per annientare il nemico e anche l’amico bastano 50 armi atomiche, la domanda che sorge spontanea è: perché ne abbiamo costruite 12.512? A che cosa servono le altre 12.462? A cosa serve investire miliardi, miliardi e miliardi immagazzinati in un arsenale che comunque non potranno mai essere utilizzate? Una risposta ci viene fornita dalla dottrina del MAD (Mutual Assured Destruction, “distruzione reciproca assicurata”), figlia della strategia basata sul concetto di “rappresaglia massiccia” in caso di attacco, lanciata dal presidente degli USA Eisenhower nel 1952, che doveva dissuadere dall’uso di armi atomiche mediante il loro stesso incremento. Strategia che molti hanno successivamente categorizzato all’interno della teoria del “dilemma della sicurezza”, ossia una situazione complessa in cui un Paese cerca di rafforzare la propria sicurezza, ma le azioni intraprese per tale scopo possono innescare una reazione a catena che compromette la sicurezza di altri stati. Questo fenomeno può portare alla creazione di una spirale di sfiducia reciproca, rendendo difficile per i decisori politici uscire da questo ciclo negativo.
Nel contesto della corsa agli armamenti nucleari degli ultimi decenni, nonostante la ratifica da parte di 50 stati di tutto il mondo e l’entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW), questo dilemma è stato particolarmente evidente. Mentre i paesi aumentavano i loro arsenali nucleari per cercare di garantire la propria sicurezza, ciò spingeva altre nazioni a fare altrettanto per proteggere i propri interessi. Sia la Russia che gli Stati Uniti hanno in corso ampi programmi di sostituzione e modernizzazione delle loro testate nucleari e il resto del mondo non resta a guardare. In particolare, Cina, Pakistan, Corea del Nord e India hanno aumentato le proprie scorte. Tra tutti, Pyongyang suscita spesso apprensione a livello internazionale per i test missilistici che periodicamente effettua nell’area.
Allo stesso tempo, la guerra nucleare non è più un tabù. Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, le autorità di Mosca hanno più volte agitato lo spettro dell’arma atomica come possibile esito di un’escalation militare, allontanando sempre di più i tempi in cui Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, nel 1986, concordarono che “una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”.
Secondo Kennedy, «Ogni uomo, donna e bambino vive sotto una spada di Damocle nucleare, appesa ai più esili fili, in grado di essere tagliata in qualsiasi momento, per incidente, errore o follia». 

A sessant’anni dalle parole che risuonavano nella gola del presidente americano, è ancora questo l’impatto delle armi nucleari sulla pace e sulla sicurezza globale.

Per la redazione

Guglielmo Accardo

Questa animazione mostra come un singolo attacco scatenerebbe una guerra nucleare Nato-Russia

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