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Le radici vive del mondo

10 Ottobre 2025
Le radici vive del mondo

Le popolazioni indigene sono le radici vive del mondo. 

Non sono solo eredi del passato, ma frammenti di un tempo che continua a respirare nel presente. 

In un’epoca che confonde velocità con progresso, la loro esistenza ci ricorda una verità tanto semplice quanto dimenticata: l’essere umano non è al centro del mondo, ma parte di un intreccio più vasto. 

Preservarle significa dunque salvare non solo la loro cultura, ma una prospettiva diversa dell’esistenza, un modo di pensare che sa ancora dialogare con la terra, gli spiriti, il silenzio. Tra questi popoli, i Kogi della Sierra Nevada de Santa Marta, in Colombia, occupano un posto quasi mitico. Discendono direttamente dai Tairona, una civiltà precolombiana che viveva nella Sierra Nevada de Santa Marta (Colombia settentrionale, affacciata sul Mar dei Caraibi). Dopo l’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo, i Tairona si ritirarono sulle montagne per sfuggire alla colonizzazione. Si considerano i “fratelli maggiori” dell’umanità, custodi dell’equilibrio cosmico. Vivono in villaggi nascosti tra le montagne, lontani dal rumore del mondo moderno, e credono che ogni azione umana, anche la più piccola, abbia ripercussioni sull’armonia universale. La loro filosofia non conosce il dualismo occidentale tra natura e uomo: per i Kogi, tutto è relazione, tutto è pensiero. Persino le pietre, dicono, ricordano. La natura ha un anima, ogni particella di natura ha uno spirito, ma oggi la natura sta soffrendo e loro vogliono farsi portavoce di ciò attraverso i loro “mamo” (guide spirituali che preservano l’equilibrio tra uomo e pianeta). Applicano la teoria del “pagamento”: ridare a madre terra ciò che le è stato tolto.  Per esempio, nella loro cultura,  raccogliere dei frutti implica sempre restituire qualcosa alla terra, in quanto non si deve mai essere in una posizione di debito o di credito con la natura. Il loro tempo non scorre come il nostro: non è  lineare, ma circolare. Ogni gesto quotidiano, dalla semina al canto, è un atto sacro che rinnova il legame con la Madre Terra, “Aluna”, principio invisibile che genera e sostiene ogni forma di vita. Ogni notte di luna piena i maschi si incontrano nella casapiu grande del villaggio per discutere di filosofia e visione cosmica della popolazione indigena. 

È un modo di esistere che ci interroga: quanto abbiamo perso nel trasformare il mondo in risorsa, nel ridurre la spiritualità a folklore, nel confondere conoscenza e dominio? Oggi organizzazioni come la FOCSIV e le Nazioni Unite lavorano per garantire ai Kogi la protezione dei loro territori e la continuità delle loro tradizioni. La FOCSIV tutela le popolazioni indigene sostenendo progetti di cooperazione che garantiscono i loro diritti territoriali, la salvaguardia delle tradizioni e l’accesso a risorse fondamentali. Promuove programmi di educazione e sviluppo sostenibile rispettosi delle culture locali, e difende la loro voce nelle sedi internazionali, affinché non restino invisibili nelle decisioni globali. Non è un’operazione nostalgica, ma un investimento etico e culturale: difendere chi vive in equilibrio con la natura è, paradossalmente, il modo più moderno di pensare al futuro. 

Ma sorge una domanda inevitabile: perché proteggerli? Cosa ci guadagniamo, noi, nel preservare popoli che sembrano così lontani dal nostro mondo iperconnesso? 

È una provocazione legittima, soprattutto in un’epoca che misura il valore delle cose in termini di utilità immediata. Eppure, proprio i Kogi ci insegnano che non tutto ciò che conta può essere pesato o monetizzato. Difendere la loro cultura significa soprattutto difendere la possibilità di un pensiero diverso dal nostro, un pensiero che non separa la vita dalla sua dimensione spirituale, l’uomo dalla natura, la conoscenza dall’umiltà. 

Forse la loro presenza serve come contrappeso morale: ricordarci che la modernità non è necessariamente sinonimo di saggezza, e che il futuro non appartiene solo a chi innova, ma anche a chi custodisce. 

Per  la redazione

Chiara Macca

Ospite della tribù KOGUI: Custodi delle Montagne COLOMBIANE

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