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Mantenere il senso oltre la prima linea: riflessioni sulla cooperazione invisibile

30 Gennaio 2026
Mantenere il senso oltre la prima linea: riflessioni sulla cooperazione invisibile

A pochi mesi dalla conclusione del mio servizio nei Corpi Civili di Pace, ho accolto, come mai prima, l’invito a riflettere su ciò che ho e che abbiamo vissuto collettivamente; sul percorso che abbiamo intrapreso, su come potremmo inserirlo in un quadro di senso più ampio.

Ci è stato chiesto di analizzare l’impatto del nostro servizio, di valutare il progetto a cui, esattamente un anno fa, abbiamo scelto di prendere parte, e di considerare l’impatto che ha avuto sulla nostra vita personale e sul futuro che cominciamo a immaginare dopo questa esperienza.

Così ho iniziato a pensare: interrogarmi, ricordare, risignificare.

Dieci anni fa, stavo cominciando a mettere timidamente piede, per la prima volta, in quell’aula di mattoni, libri impolverati, mappe e planetari, tavoli grandi sistemati a ferro di cavallo, ed una moquette verde acceso che tanto stonava con il grigiore del clima inglese di metà settembre. Ancora non sapevo che, proprio lì, avrei vissuto uno degli anni più rilevanti della mia adolescenza.

Ero approdata con un bisogno urgente (quasi insolente) di fuggire dalla mia città, dalla mia casa, la mia famiglia, il mio amato e odiato liceo ottocentesco, per curiosare tra tutte quelle cose che mi sembravano altre da me. Mi muoveva un’intuizione ostinata, quella stessa che mi attraversava quando leggevo delle vite di altri bambini e dei loro mondi lontani; quando osservavo, affascinata, le case, i vestiti, i modi di fare delle madri, padri, sorelle delle mie compagne di scuola che provenivano da Paesi che non sapevo nemmeno collocare; quando pensavo alla Terra fotografata dallo spazio: una massa continua e frastagliata di terre, in cui i confini che avevo sempre dato per scontati – quelli che da sempre sembravano gestire, ordinare e plasmare la mia vita e quella delle persone attorno a me – non erano che spazi immaginati.

Io, che non ero cresciuta in una famiglia particolarmente religiosa, cominciavo a interrogarmi sul perché di tanta casualità (o quanto poco merito e controllo) avessi avuto sull’essere nata dove e quando ero nata, in mezzo a quale famiglia, in quale cultura e in quale situazione sociale ed economica. Allora intuivo, senza saperlo nominare, quanto tutto quel contesto fosse stato fondamentale per il mio crescere, prendere forma, essere, ma soprattutto, volver diventare.

Così, in Inghilterra, in quella situazione tanto fortunata come intensamente voluta, circondata da un improbabile color verde e dal grigiore dei mattoni, mi è stata presentata una lista di materie a scelta per il percorso di studi dell’anno di interscambio; ed io, incredula per il margine di libertà, responsabilità e autonomia che mi era stata concessa, mi sono fiondata istintivamente su quanto più sapevo di voler indagare, alla ricerca di risposte che in quei tempi – dal vecchio liceo classico-linguistico da cui provenivo – non avrei mai potuto ottenere: World Development, Indian Colonial History e Social Studies.

Allora ho cominciato a dare i primi veri nomi alle intuizioni dell’infanzia e dell’adolescenza, quelli che parlavano di diseguaglianze, ingiustizie, ma anche interdipendenza, interconnessione, internazionalismo, solidarietà, responsabilità individuali e collettive. In quella e altre classi, avrei cominciato a familiarizzarmi con l’idea della violenza coloniale, con i movimenti di liberazione non violenta di fronte alla repressione del dissenso, con gli “ismi” della cooperazione internazionale: navigavamo tra la storia del mercantilismo, lo sviluppo del colonialismo, l’economia della schiavitù e del debito; analizzavamo l’occhio dell’eurocentrismo e dell’occidentalismo, dello sviluppismo, dei grandi progetti infrastrutturali imposti dall’alto, della ricerca di risposte dal basso; indagavamo i concetti di partecipazione e di orizzontalità.

A partire da quell’anno, finalmente, avrei cominciato a trovare una definizione e una teoria per quello che mi circondava e mi costernava. Ancora più interessantemente, l’avrei fatto dal punto di vista di uno dei Paesi che più porta in sé la responsabilità morale e politica di essere stato una delle potenze coloniali che più hanno plasmato il mondo contemporaneo.

Ma avrei anche cominciato a sentire a pieno il privilegio di essere attraversata e mossa da qualcosa: una consapevolezza, un desiderio, una direzione di senso tale che mi avrebbe permesso superare quelle piccole, ma confuse e disperate ricerche dell’adolescenza. Si trattava del senso trovato nella prospettiva di continuare a conoscere, studiare, analizzare, ricercare il mio modo per partecipare a quel senso di responsabilità collettiva che tanto mi muoveva, e che tanto sembrava muovere il mondo che mi circondava: in poche parole, la voglia di conoscere e comprendere (dedicarsi allo studio) per imparare a “intervenire” (operare l’azione).

Ancora non capivo del tutto che lo sforzo e la volontà di intervenire sarebbe diventato, a suo modo, il più grande modo di conoscere

Dopo anni di studio mi sarei ritrovata a fare i conti con una sensazione di sconforto – amplificata dalla pandemia, dall’isolamento, da quella paralisi globale che tutti stavamo attraversando – che nasceva dal peso di tanta teoria, faticosamente sospesa e difficile da applicare.

Ho quindi cominciato a programmare la mia seconda, lunga partenza fuori casa: ero alla ricerca di un’esperienza di campo significativa, capace di dare consistenza al bisogno di agire, impegnarmi, intervenire; un’esperienza che mi avrebbe poi aperto al mondo delle migrazioni e dell’intercultura. Lì ho toccato con mano ciò che, qualche anno più tardi, avrei ritrovato nelle parole di Waldemar Boff: vivere in con-vivenza con l’altro e l’altra da me, condividere spazi e quotidianità, cercare costantemente di comprendere la sua visione del mondo, i suoi percorsi, le forme di organizzazione e cooperazione nella sua lotta quotidiana di emancipazione; scoprire insieme il mio posto in quella ricerca, fino ad accettare, il più delle volte, di non averne realmente uno.

Quella prima esperienza ha rappresentato anche un modo per perdermi e ritrovarmi nei conflitti e nelle ingiustizie altrui, per poi imparare a gestire i miei: il dolore e le gioie della con-vivenza, la frustrazione di non sapere o non poter fare abbastanza, la ricerca continua di senso e di valore. È stato, allo stesso tempo, un tempo di vicinanza e lontananza dalla mia rete di appoggi, di fatica e di arricchimento: imparare a relativizzare, mettersi in discussione, scoprire nuove identità e riscoprirne di vecchie, rivoluzionare abitudini e ridimensionare valori, aprirsi sinceramente e incondizionatamente all’interculturalità, e ritrovarsi catapultata in una dimensione sospesa, in cui il comportamento dell’altro, anche il più distante dalla mia visione del mondo, assumeva una nuova dimensione di senso.

Si trattava di un lavoro educativo che si nutriva delle piccole cose: della presenza quotidiana, della fiducia e dell’empatia profonda con le vulnerabilità, le capacità, i dubbi e le gioie dei ragazzi migranti con cui condividevo questo percorso; si trattava del riconoscere ed essere riconosciute come punti di riferimento, persone con valore intrinseco ed estrinseco, e dunque, in un certo senso, persone con potere.

Tuttavia, per essere compreso nella sua semplicità rivoluzionaria, quel primo contatto con il lavoro sul campo richiedeva necessariamente di tornare a “casa”, fermarsi, prendere le distanze e dimensionarne la portata. Bisognava tornare a riflettere sul sistema di valori che mi aveva spinto a cercarla, capire se ancora mi ci riconoscevo, verificare se mi ero mantenuta fedele a esso e interrogarmi su come continuare ad alimentarlo.

Era necessario chiedersi: credo ancora, profondamente, che conoscendo e agendo, nella mia individualità e insieme ad altri, possa generare un cambiamento positivo e non violento? 

Un cambiamento autentico, rispettoso dei diritti e delle cosmovisioni di tutti e tutte, e al contempo coerente con me stessa, con il mio sistema valoriale, con il mio presente e i miei progetti futuri?

Le risposte, com’è naturale, non sono arrivate del tutto. 

Ciò che avvertivo con chiarezza, però, era il bisogno di esplorare altri lati di quell’“intervenire”: tornare ad allontanarmi dalle difficoltà – soprattutto emotive – di mantenere un’azione relazionale “sul campo”, per scoprire e approfondire quel lavoro di gestione che ne permette la sussistenza.

Così, in quella continua ricerca di valore, di senso e di partecipazione, ho scelto di spostarmi dall’impegno dell’implementazione operativa a quello della progettazione e del monitoraggio dei progetti. 

Ancora più significativamente, ho deciso di farlo attraverso due istituti che, indipendentemente dal mio ruolo, riconoscevo portatori di un proprio spazio di senso e di una profonda ragione di esistere: il Servizio Civile Universale e i Corpi Civili di Pace. 

Sentivo che questa scelta avrebbe potuto dare nuova direzione al mio percorso e nutrire la mia motivazione, offrendomi la possibilità di sentirmi parte di qualcosa di più grande e collettivo, qualcosa che si radica in una storia difficile, fatta di coscienza, visione e fatica, e che, in un mondo sempre più attraversato da dinamiche di prevaricazione e violenza, continua a dover lottare per esistere.

Con questa chiarezza a sostenermi, sono quindi partita per Quito, in Ecuador, attraversando 9.700 km e un oceano intero: mi sono sperimentata in un altro continente, allontanata dalle case di accoglienza e dai centri educativi che avevo imparato a conoscere, dal lavoro di convivenza e prossimità, dal potere della fiducia e del riconoscimento. In quel momento mi sono resa conto di quanto proprio quella percezione di “potere”, di fronte alla sensazione di impotenza che avevo sempre vissuto rispetto alle tante ingiustizie, aveva profondamente nutrito la ricerca di senso, di utilità e valore nel mondo. Avevo potuto fisicamente sentire, con tutto il mio corpo e la mia mente, di aver restituito una parte della mia responsabilità individuale e collettiva attraverso la presenza.

Di fronte a questa consapevolezza, mi sono resa conto di quanto mi fosse costato spostare il mio baricentro da quell’intervenire tanto visibilizzato – l’immaginario dell’operatrice umanitaria schierata in prima linea – alla dimensione poco popolare e quasi invisibile del “dietro le quinte”: l’immaginazione e presentazione delle attività di campo, la gestione delle risorse umane e materiali, la relazione con gli enti di finanziamento, lo sforzo di coordinamento con i servizi pubblici e privati esistenti; ma anche la frustrazione di dover combattere i limiti intrisechi al sistema di finanziamento globale, doversi muovere dentro del quadro di interessi della cooperazione internazionale. Così, in parte, ho imparato a gestire la mancanza di autonomia, i limiti materiali e strutturali nell’esecuzione dei progetti; mi sono “aggrappata” a bandi di breve durata, che il più delle volte scoraggiano una formulazione dei progetti realmente rigorosa, approfondita e soprattutto fedele alle realtà territoriali; ho visto frenate le mie ambizioni, alla ricerca dell’equilibrio costante tra immaginazione e realismo, ambizione e pragmaticità.

In certi momenti, mi sono sentita sopraffare dalle particolarità di questo “altro lato” d’intervento: il servizio mi sembrava scomporsi in attività sempre più piccole e apparentemente isolate; mi sentivo persa in una raccolta di dati infinita, dominata da numeri e formule di calcolo, e faticavo a mantenere la prospettiva di quel mio pezzo di intervento: pensavo che la mancanza della dimensione relazionale stesse rendendo più complicato nutrire quella ricerca di senso che tanto muoveva la me di dieci anni fa.

Quello che invece non stava nutrendo, sotto molti punti di vista, era il mio ego: la necessità, profondamente umana, di misurare la mia utilità e il mio valore in relazione al mio protagonismo.

Questa riflessione mi ha quindi riportato ai primi anni di questa lunga ricerca: un ritorno alle aule universitarie, alle conversazioni interminabili con professoresse e professori, collaboratrici, responsabili, colleghe, operatrici e operatori volontari che, in modi diversi, hanno accompagnato e nutrito il mio agire in questi ultimi dieci anni. Mi incoraggiavano a non temere il “dietro le quinte”, mi invitavano a riconoscerne il valore, a esplorarne le pieghe, a non smettere di interrogarmi su ciò che accade quando si progetta un intervento e non solo quando lo si realizza.

Quelle voci mi hanno ricordato che, proprio dove si intravedono incongruenze rispetto al modus operandi e alle proprie convinzioni, può aprirsi uno spazio fertile: lo spazio per analizzare criticamente, per immaginare alternative, per mettere in discussione la rigidità di una progettazione lineare, vincolata a una logica causa-effetto che spesso fatica a incrociare le culture, le cosmovisioni, i tempi e i bisogni dei territori in cui si interviene.

Ricordarmi che esiste un margine di manovra anche nel modo in cui si interviene – e non solo negli obiettivi da raggiungere – è stato in qualche modo un ritorno a me stessa: mi ha permesso di riconnettermi con quella ricerca di senso che credevo di aver smarrito nel passaggio dall’”azione visibile” e “immaginata” all’ingranaggio quasi invisibile della progettazione. Mi ha anche permesso di ricordarmi che c’è sempre e ancora spazio per scoprire forme di “agire” che, pur senza la potenza emotiva della prossimità quotidiana, possono alimentare quel senso di responsabilità individuale e collettiva: un “granito de arena” che, per quanto apparentemente minuscolo, può contribuire al cambiamento.

Oggi mi accorgo che la crisi che stavo percependo non rappresentava tanto un bivio professionale, quanto un passaggio di maturazione dello sguardo: una discesa in un territorio meno “romantico” e “immaginato”, ma forse più onesto, della cooperazione internazionale. 

Mi sono sforzata di comprendere che il contributo non si misura dal protagonismo, ma dalla cura con cui si accetta di stare anche nei margini, nei processi meno celebrati, nelle revisioni silenziose, nelle domande senza risposta immediata.

Ed è stato proprio lì, in quell’interstizio fra visibilità e invisibilità, che ho ricominciato a intravedere un senso: non più legato al bisogno di sentirmi necessaria, ma alla possibilità di contribuire – con tutti i limiti e le imperfezioni del caso – a un modo più consapevole, critico e immaginativo di fare cooperazione.

Per la redazione

Francesca Curreri

Operatrice dei CCP 

con CESC Project e Gondwana

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