PASSIONE – 24 dicembre 1966 – Un’utopia che si fa realtà: la Comunità di Capodarco

23 Ottobre 2020
PASSIONE – 24 dicembre 1966 – Un’utopia che si fa realtà: la Comunità di Capodarco

La persona è una sacralità, e come tale va rispettata. Lo sforzo è capire come rispettare tale persona, alimentare i suoi sogni e renderla felice.
Don Vinicio Albanesi, Presidente della Comunità di Capodarco

Una casa per tutti, è questa la Comunità di Capodarco oggi, ed era questa anche più di 50 anni fa. Nata nel 1966 proprio con l’intenzione di accogliere tutti è diventata a partire da Fermo, nelle Marche, ed espandendosi in Italia e all’estero una grande famiglia. E come tutte le grandi famiglie, con le sue ricche diversità che formano un insieme di isole dalle tante peculiarità.

La Comunità nasce in un contesto storico in cui le persone disabili erano dei veri e proprio invisibili che hanno faticato non poco ad emergere. Non vi erano leggi che potessero tutelarli e non vedevano riconosciuti i loro diritti, nei loro confronti vi era solo un grande pietismo.

La Comunità di Capodarco è stato dunque un inizio che ha marcato la strada.

Franco Monterubbianesi, il fondatore della Comunità di Capodarco, diviene prete nel 1956, ed ha molto a cuore i giovani ai quali insegna al seminario di Fermo. Voleva fare il medico dei poveri, e questo amore per i sofferenti lo porta a fondare la Comunità Gesù Risorto, che poi si chiamerà di Capodarco.

A Lourdes, durante i viaggi con l’Unitalsi, Don Franco incontra il mondo del dolore ed insieme ai giovani malati scrive un messaggio ai barellieri, Dame e pellegrini, ossia un appello per combattere il pietismo e incoraggiare la fede e la speranza dei giovani che hanno bisogno di futuro.

Il giornale La voce degli esclusi, scritto dai disabili e distribuito in tutta Italia, racconta in maniera evidente il desiderio che muoveva l’attività di Don Franco, la volontà di far fiorire il deserto insieme all’intenzione di trovare una casa per realizzarlo.

Da qui l’idea di abitare insieme, di fare comunità all’interno del territorio.

La forza morale dei disabili fisici in quegli anni è stata accompagnata dagli ideali dei giovani del 1968

Anche grazie al protagonismo e la passione in tutti questi anni di tanti giovani in servizio civile.

Di quelli di oggi vogliamo raccontare anche nei nostri Appunti di Pace mentre di quelli degli anni ‘70 ne trovate traccia nel video che segue che testimonia il primo campo di formazione dei primi obiettori di coscienza al servizio militare che davano vita a quello straordinario strumento di cambiamento personale e della società che è il servizio civile.

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Il ’68 che ha saldato la contestazione all’impegno radicale con i poveri, spinge decine di giovani ad unirsi alla grande impresa. Molti giovani aiutano a costruire la prima Comunità, ripulendo e ristrutturando una villa abbandonata costruita nei primi del ‘900 dai Piccolomini Adami, della provincia di Siena.

Un inizio sicuramente burrascoso dato il cambiamento radicale che la Comunità di Capodarco stava apportando da un punto di vista sociale ma anche molto allegro e dialettico grazie all’impegni di Don Franco. Trovata la casa, Don Franco va personalmente a prendere disabili che vivevano in condizioni di estrema solitudine.

Il giorno di Natale del 1966, i primi tredici disabili e volontari festeggiano la nascita del sogno del prete dai progetti impossibili.

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L’amore per gli ultimi compie il miracolo e attira centinaia di volontari grazie al messaggio che guida il suo operato: una società più giusta, pronta a difendere i diritti umani e pari dignità ad ogni persona.

Tutti hanno diritto a lavorare e a realizzarsi, ed è proprio su questa base che la casa per giovani invalidi diventa centro professionale. A Capodarco, la comunità oltre a lavorare al fine di ingrandire la casa per poter accogliere altri giovani, inizia a svolgere su un piano artigianale tre attività: fabbrica di ceramica con circa 35 addetti, maglieria con 12 lavoratori e un laboratorio per il montaggio di componenti elettronici con 18 operai.

La Comunità inizia a rappresentare un vero e proprio ideale di rivoluzione con la costituzione di questo nuovo modello di società alternativa, di capacità di relazione e di organizzazione di vita differente rispetto a quello precedentemente costituito. Incarna la vera e propria realizzazione dell’ideale utopistico che si stava progressivamente affermando in quegli anni.

E allora sembrava un’utopia anche l’unione tra disabili. Sotto il tetto di Capodarco, però, ci si innamora. La comunità faceva nascere la famiglia e questa rafforzava la comunità. Oltre alla valorizzazione della loro vita professionale, Capodarco è anche, per la prima volta, valorizzazione della loro affettività che genera un vero e proprio arricchimento generale.

Successivamente Don Franco si proietta da Capodarco verso Roma, la capitale politica, con l’intenzione di costruire una società alternativa con tutta la capacità trasformativa che il periodo richiamava.

Nel 1971 Augusto Battaglia, oggi Presidente della Comunità di Capodarco di Roma ha iniziato lo stesso percorso insieme ad altri 4 ragazzi, raccogliendo persone con disabilità, costituendo le prime case famiglia e ponendosi il problema del lavoro e dell’inserimento dei disabili. Decidono dunque di costituire una delle prime cooperative sociali. Molti ragazzi disabili vengono così inseriti nel mondo del lavoro, un’innovazione che aprirà la strada alla legislazione sull’impresa sociale. Le prime leggi a riguardo, nascono infatti proprio grazie alla spinta delle associazioni e raccogliendo la loro forza innovatrice.

Le battaglie da promuovere sono ancora molte, ma la Comunità c’è. E le anima tutte insieme ad altre realtà sociali. Tra queste si fa strada l’obiezione di coscienza, un ideale che la Comunità intercetta accogliendo decine di volontari che ritengono più utile il servizio civile di quello militare.

Nella primavera del ’74, i primi obiettori di coscienza in Italia entrarono nella Comunità di Capodarco. Giovani che sono stati anche in prigione pur di testimoniare il loro impegno nel servire il paese in maniera alternativa a quella armata, raccogliendo il frutto di anni di sofferta lotta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare.

Capodarco di Roma mette in piedi una serie di attività: dall’organizzazione di comunità alloggio, all’inserimento di famiglie disabili nel territorio, dall’integrazione scolastica alla formazione professionale.

Per preparare l’inserimento lavorativo, la Comunità organizza diversi laboratori sociali in cui svolgono sia attività manuali che attività volte a migliorare la comunicazione e l’espressività.

Alle porte di Roma, a Grottaferrata, il benessere della persona viene perseguito con un’attività agricola che offre un’occupazione. Nasce nel 1978 la cooperativa agricola Comunità di Capodarco con l’idea di creare un’emancipazione lavorativa per le persone disabili, grazie all’agricoltura che permette lo svolgimento di diverse attività che generano varie possibilità per capacità differenti.

E’ come se un bruco si trasformasse in una farfalla, è come se l’agricoltura aiutasse quelle persone ad esprimere la loro bellezza perché tutti abbiamo dei limiti ma anche delle potenzialità, sta a noi andare oltre quei limiti e sviluppare le capacità delle persone.

Un negozio di prodotti biologici ed un agriturismo: l’agricoltura sociale genera un’economia in cui i protagonisti sono anche le persone svantaggiate, integrate nel mondo produttivo.

Capodarco realizza così un altro suo ideale innovativo, ossia affermare la centralità della persona e concorrere al rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. L’agricoltura sociale è infatti un grande processo di innovazione: sul piano culturale, sociale, produttivo, relazionale, e valoriale.

Se un tempo i protagonisti erano i singoli, oggi i protagonisti per lo sviluppo della coscientizzazione sono i popoli, i gruppi sociali, le comunità. La Comunità di Capodarco quindi rappresenta la base morale dell’attività locale delle sue articolazioni territoriali, come se il tutto fosse guidato dallo stesso intento e dalla stessa unità morale più che di unità da un punto di vista amministrativo ed economico.

Negli anni, la sfera di azione della Comunità di Capodarco si è allargata anche ai giovani, immigrati, minori e tossicodipendenti con numerosi sedi in tutta Italia e non solo.

La ricchezza della Comunità è stata sicuramente quella di realizzare le grandi idee nelle piccole azioni del quotidiano.

Le parole chiave per compiere tutto questo? Azione, intervento, fantasia, vicinanza, conoscenza, il tutto affiancato da una grande passione per ciò che si fa e determinazione rispetto all’obiettivo che si intende raggiungere, due aspetti che rappresentano un vero volano per qualsiasi cambiamento.

Anche grazie al protagonismo e la passione in tutti questi anni di tanti giovani in servizio civile.

Di quelli di oggi vogliamo raccontare anche nei nostri Appunti di Pace mentre di quelli degli anni ‘70 ne trovate traccia nel video che segue che testimonia il primo campo di formazione dei primi obiettori di coscienza al servizio militare che davano vita a quello straordinario strumento di cambiamento personale e della società che è il servizio civile.

                                                                         Astratta come un’idea, concreta come una comunità

Un utopia che si fa realtà

Nel cielo, tra le nuvole, ci sono tutte quelle cose irraggiungibili, irrealizzabili, i sogni che lasciamo sospesi; nella terra invece troviamo ciò che è tangibile, solido, possibile. La storia della Comunità di Capodarco è un legame tra le due: è l’inimmaginabile che si regge sulla forza e concretezza di persone, gruppi e valori, è l’ideale che diventa esso stesso spazio reale di nascita e sviluppo.         – Martina, redazione francese

di Giulia Piccirilli
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