RESISTENZA – La Resistenza non armata, un doveroso riconoscimento

24 Agosto 2020
RESISTENZA – La Resistenza non armata, un doveroso riconoscimento

Data: 25 aprile 1945

Parlare del 25 aprile vuol dire confrontarsi con una pagina fondamentale di Storia italiana: in questa data simbolica si ricorda infatti, ogni anno, la lotta di Resistenza dei partigiani contro l’occupazione nazista e il regime fascista.

“Il significato epocale della Resistenza risiede esattamente in questo: nel segnare una discontinuità unica nella storia d’Italia; nel suggellare il tentativo di pochi di promuovere a beneficio di molti un mutamento nella forma e nella sostanza delle istituzioni, il passaggio a uno stato democratico, la creazione di nuovi rapporti sociali.”

Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Torino, Einaudi, 2004

Ma la Resistenza ha assunto solo la forma di lotta armata?

Il Movimento di Resistenza Popolare nonviolento fu un’esperienza autonoma e preziosa di partecipazione e di solidarietà.

La Resistenza non armata non è stata una Resistenza passiva, ma una e propria Resistenza attiva attuata contro l’occupante nazifascista alla quale hanno partecipato uomini e donne, lavoratori e studenti, giovani ed anziani, e che si è espressa in molteplici forme: dall’assistenza ai ricercati (gli antifascisti, i renitenti alla leva, gli ebrei…) all’attività di controinformazione e di diffusione della stampa clandestina.

Ancora oggi, a distanza di più di 70 anni dalla fine della guerra, quando si parla di Resistenza si intende comunemente la lotta partigiana armata, perché nella ricerca storica e nella storiografia hanno prevalso le interpretazioni in chiave militare.

Questo binomio Resistenza = lotta armata deriva dal Decreto Legge Luogotenenziale 21.8.1945 n. 518, in base al quale è considerato partigiano combattente solo chi ha fatto parte di una formazione partigiana ed ha partecipato ad almeno tre azioni armate. È invece considerato patriota chi, pur facendo parte di una formazione partigiana, non ha compiuto tre operazioni armate, e chi ha partecipato alla insurrezione nazionale del 25 aprile 1945. Infine, è considerato benemerito chi ha svolto attività non armata.

Tali distinzioni terminologiche hanno comportato una vera e propria militarizzazione della Resistenza.

Nella migliore delle ipotesi, le azioni di Resistenza non armata sono considerate complementari o di supporto alla lotta partigiana armata e quindi non meritevoli di un riconoscimento autonomo. In verità, se questo è vero in molti casi (quali il sabotaggio delle attività industriali e l’organizzazione di scioperi nelle fabbriche e la diffusione della stampa clandestina), in molti altri casi le azioni di Resistenza non armata sono state espressione di una modalità di Resistenza autonoma da quella armata con il coinvolgimento di un numero di persone superiore rispetto alle azioni armate, attuate dai partigiani combattenti, ed è quindi doveroso attribuire loro un proprio riconoscimento.

Basti pensare che nella sola città di Roma erano nascosti presso famiglie o istituti religiosi molte migliaia di persone (ebrei, dissidenti, politici, renitenti, ex prigionieri alleati …). Nella popolazione vi era molta solidarietà umana e soprattutto vi era una naturale predisposizione a partecipare, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità, alla Resistenza al nazifascismo.

La Resistenza non armata è stata pertanto una forma di Resistenza per di più popolare in quanto praticata, in genere spontaneamente, da moltissime persone che volevano dare un contributo personale alla lotta contro l’occupante nazifascista ed è stata altrettanto rischiosa della Resistenza armata, in quanto molti hanno pagato con la vita il loro impegno per la libertà del nostro Paese.

Considerato che in alcune zone del Paese la Resistenza è stata esclusivamente o prevalentemente attuata in forma non armata, è indubbio che questa forma di Resistenza ha avuto un ruolo importante nella lotta di liberazione nazionale, contribuendo sicuramente al suo esito positivo.

La Resistenza non armata si è espressa in molteplici forme, quali:

  • L’attività di assistenza, mediante la fornitura di alloggio e di cibo ai ricercati dai nazifascisti: ebrei; antifascisti; soldati sbandati e prigionieri di guerra Alleati, fuggiti dai campi di concentramento dopo l’8 settembre 1943; renitenti alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana; le persone che non si sono presentate nel Servizio Obbligatorio del Lavoro.
  • L’informazione clandestina, soprattutto attraverso la diffusione dei giornali e dei volantini curati dai Partiti e dai Movimenti antifascisti, ma anche attraverso l’apposizione di scritte, sui muri delle case, sui marciapiedi, nei bagni dei locali pubblici e nelle carrozze ferroviarie, inneggianti alla lotta contro il nazifascismo e per la liberazione dall’occupazione nazista.
  • Il sabotaggio della produzione industriale, delle linee telefoniche, delle ferrovie e delle attrezzature (ad es. molto diffuso nelle campagne era il sabotaggio delle macchine trebbiatrici per evitare che i tedeschi depredassero i cereali coltivati).
  • Il boicottaggio delle disposizioni emanate dalle autorità nazifasciste, pubblicizzate con appositi bandi, la cui inosservanza creava notevoli difficoltà alle forze di occupazione naziste ed alle autorità civili e militari fasciste (ricordiamo il rifiuto delle donne di Carrara di abbandonare la città, che doveva essere evacuata in quanto caposaldo della Linea Gotica fino a Rimini).
  • Le manifestazioni politiche, come i comizi volanti, in occasione di particolari ricorrenze (ad es. il 1° maggio, festa dei lavoratori, e il 7 ottobre, anniversario della Rivoluzione Russa del 1917) e le lotte nelle fabbriche, come gli scioperi, organizzati sia al livello locale che nazionale, con diverse motivazioni: dalla richiesta di aumenti salariali e di migliori condizioni di lavoro, alla protesta contro la guerra ed alla richiesta della pace.

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di Giulia Piccirilli
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