GIOVANI

18 Luglio 2022
GIOVANI

L’ETÀ DELL’INCERTEZZA

Quanti anni hai?

È una domanda abbastanza semplice e dalla risposta facile, a meno di eventuali barriere linguistiche. Infatti, supponendo che siano due interlocutori che parlano l’italiano e che usano il calendario gregoriano, per rispondere sono sufficienti la conoscenza della data attuale, di quella della propria nascita e la capacità di fare una sottrazione.

Sei giovane?

Questa domanda è molto più difficile della precedente, perché prevede una risposta meno meccanica e implica un altro quesito: cosa vuol dire essere giovani?

Il termine “giovane” viene dal latino iuvenis e può essere usato sia come aggettivo che come sostantivo. Nel secondo caso, il significato presente sul vocabolario Treccani è il seguente:

  1. persona che è nell’età della giovinezza;
  2. chi fa un apprendistato ≈ garzone, praticante, tirocinante. 

La definizione non aiuta, però, a rispondere alla domanda: infatti, viene spontaneo chiedersi cosa voglia dire essere nell’età della giovinezza. Qual è quest’età? Quanti anni ha un giovane?

In ambito accademico, c’è chi considera “giovane” sinonimo di “adolescente”, mentre altri studiosi usano i due termini per individuare due fasi diverse della vita, successive tra di loro e, nel linguaggio comune, prevale questo secondo utilizzo.
Quindi, i giovani sono i giovani adulti e adulte sono le persone che hanno raggiunto il completo sviluppo fisico e psichico.

Al di là di quello che potrebbe sembrare uno sciocco gioco di parole, l’espressione indica coloro che, ormai adulti, non hanno ancora compiuto tutti i passaggi per entrare nella fase di vita successiva, ovvero i “non più adolescenti, ma non ancora adulti”. Non certo dal punto di vista fisico ma da quello della personalità cioè per i caratteri unici o spiccati che rendono ciascuno differente dall’altro.

È interessante notare come la definizione si esplichi tramite due negazioni, perché fa pensare ai “né-né”, nome italiano dei NEET, acronimo inglese di “Not [engaged] in Education, Employment or Training” (letteralmente “non [attive] in istruzione, in lavoro o in formazione”). Questo termine viene usato per la prima volta nel 1999 per classificare una particolare fascia di popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni.
Attualmente, in Italia è usato per una fascia anagrafica più ampia, che va dai 16 anni ai 29 (in alcuni casi, ampliato anche fino ai 35).

Questa progressiva estensione dei limiti di età quanto si parla di questioni giovanili, e la conseguente distanza tra la maturità fisica e quella psichica, si può notare anche in altri ambiti (per la partecipazione a determinate attività, in caso di sconti od offerte dedicate, …). Ad esempio, pochi anni fa, alcune facilitazioni di prezzo per i biglietti del treno rivolte agli “under 26” sono state estese agli “under 30”.

Quindi, tornando alla nostra domanda iniziale “quanti anni hanno i giovani?”, oserei rispondere “sempre di più”.

Sorge spontaneo chiedersi se siano cambiamenti dovuti all’allungamento della vita media e a un conseguente adeguamento delle fasce d’età (attualmente, non si considerano “anziane” persone che nel secolo precedente lo sarebbero state). Oppure sono naturali conseguenze di una società in cambiamento che, non riuscendo a rispondere alle richieste di chi vorrebbe certezze, offre palliativi, procrastinando il momento della risposta finale?

Il periodo della giovinezza ha una fine incerta, ma ha un inizio più semplice da stabilire. Infatti, le fasi di infanzia, pre-adolescenza e adolescenza, pur essendo influenzate dai cambiamenti del mondo moderno, sono più legate alla crescita, ai cambiamenti fisiologici e quindi più facilmente individuabili. Supponendo, dunque, che la gioventù inizi alla fine dell’adolescenza, si può affermare che i ventenni (i primi non teen-ager nel mondo anglosassone) rientrino nella categoria dei giovani.

Nel 2020, è uscito un singolo dei Måneskin, il cui titolo è proprio “Vent’anni”. “Non sono come voi, che date l’anima al denaro, agli occhi di chi è puro siete soltanto codardi” è il grido di chi si sente diverso e solo contro il mondo, di chi deve “spiegare cos’è il colore a chi vede in bianco e nero”. Viene raccontata un’età difficile in cui “dal niente si fanno drammi.”

Invece, nella canzone Farewell di Francesco Guccini, del 1993, c’è molta più malinconia: “sorridevi e sapevi sorridere, coi tuoi vent’anni portati così […] come si sente la voglia di vivere che scoppia un giorno e non spieghi il perché”. Sono versi quasi nostalgici verso un’età bella, che non tornerà.

Questa differenza così profonda, in parte, dipende dai temi diversi delle due canzoni, ma non solo, potrebbe essere dovuta anche alla distanza anagrafica dei loro autori. Forse, avere vent’anni nel 1960 era davvero più semplice.

Altrimenti, la diversa lettura potrebbe derivare dell’età avuta dagli autori mentre scrivevano i loro brani: un conto è ricordare la propria gioventù trent’anni dopo e raccontarla, un altro è descriverla mentre la si vive. Probabilmente, non è un caso che uno dei principali inni alla giovinezza e alla leggerezza di quell’età sia stato composto quando il suo autore aveva circa cinquant’anni.

Sarà forse perché la gioventù è innanzitutto un luogo dell’anima ed è forse quello che noi tutti, e i giovani per primi, stiamo perdendo?

Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia del doman non v’è certezza chi vuol esser lieto sia!
Il trionfo di Bacco e Arianna, Lorenzo il Magnifico

di Irene Solaini

di La redazione
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