OSPITALITÀ- Lingua e cultura

18 Settembre 2020
OSPITALITÀ- Lingua e cultura

Ospitalità s. f. [dal lat. hospitalĭtasatis] è la qualità di chi è ospitale: l’accogliere e il trattare gli ospiti. 

Nell’antica Grecia la ξενία (l’ospitalità) era un vincolo sacro, e, poiché protetta da Zeus Xenios, quando uno straniero si presentava alla porta, il padrone di casa non poteva negargli l’accoglienza, pena l’incorrere nell’ira del Dio. 

Questa legge non scritta imponeva che l’ospite fosse considerato sacro e, proprio in quanto ospite, la sua identità di straniero bisognoso di assistenza era prioritaria rispetto a quella anagrafica del nome, della condizione e dell’ascendenza familiare.

Oggi ospite è colui che volontariamente invitiamo a casa nostra, ma può essere interessante sapere che in italiano la parola ha mantenuto il doppio significato, come in greco e in latino, sia di “colui che ospita” che di “colui che è ospitato”. Proprio in virtù di questo stretto rapporto di reciprocità, un patto che rendeva i due ruoli intercambiabili, tanto da essere identificati dallo stesso termine.

E’ un esempio di enantiosemia, una forma particolare di polisemia in cui una parola possiede due significati tra loro contrari.

Oltre a ciò, in greco, il termine con cui si indicava l’ospite era lo stesso usato per  “straniero”, xenos, ovvero colui che proveniva da lontano e aveva bisogno di una sistemazione temporanea nella città in cui si trovava a soggiornare, sia per motivi di necessità sia per quelli che oggi definiremo viaggi di lavoro.

Il termine corrispettivo latino era hospes, –ĭtis.

In un articolo dell’Accademia della Crusca se ne parla approfonditamente. Vengono riportate le definizioni di due dizionari etimologici, il Devoto-Oli 2012 e il Sabatini-Coletti 2008 , i quali fanno risalire la voce a un più antico *hostipotis, composto da hŏstis straniero’ e pŏtis ‘signore, padrone’, cioè il padrone di casa che esercitava il diritto di ospitalità nei confronti del forestiero.

Si ricava dunque che il significato originario di hostis non era quello di “straniero” in generale, né tanto meno di “nemico”, ma quello di “straniero a cui si riconoscono dei diritti uguali a quelli dei cittadini romani”.

Più tardi, quando alle relazioni di scambio tra clan e clan sono subentrate le relazioni di inclusione o di esclusione dalla civitas, hostis ha assunto un’accezione negativa e ha preso il significato classico di “nemico” (da cui deriva, per esempio, la parola italiana ostile), e al vuoto semantico lasciato da hostis si è dovuti ricorrere ad un nuovo termine per indicare la nozione di ospitalità e si è creato partendo dallo stesso, il termine hospes.

Mentre hostis, con il tempo, venne assimilato al termine inimicus, avente l’accezione di “ostile”. Probabilmente già all’epoca delle conquiste imperiali, quando la gente di popolazioni “straniere” resistevano all’integrazione, ossia alla romanizzazione.

Era dunque il mutuo scambio che rendeva l’ospite tale nella cultura greco-romana.

Fare paragoni con la realtà attuale potrebbe essere azzardato, però sulla scia di questa piccola curiosità semantica si potrebbe giungere a riflettere su cosa i nostri invasori potrebbero avere da darci , essendo l’ospitalità universalmente riconosciuta come un valore prezioso.

Insomma, al di fuori del discorso politico, fatto anche di difficoltà concrete, la nostra attuale cultura come ci predispone nei confronti dell’ospite, quello che nessuno ha invitato?

Per l’occasione abbiamo raccolto la testimonianza di un nostro amico, Majd, ragazzo di 19 anni originario della Siria. 

Ciao Majd, da quanto tempo sei in Italia?

Ciao, sono in Italia da 2 anni e 10 mesi. Ho vissuto in Siria fino a i 16, ad Aleppo, con i miei genitori, che sono originari di lì, e mia sorella. Ad Aleppo sono rimasto fino ai miei 13 anni, conducendo una vita normalissima, amici, scuola, scout. Quello è stato l’ultimo anno lì, poi ci siamo dovuti trasferire a causa della guerra.

E dove siete stati costretti a trasferirvi?

Con la mia famiglia ci siamo spostati in una città ancora sotto il controllo del governo, Latakia, mentre la capitale era caduta in mano all’Isis. Siamo rimasti in quella città per quattro anni ma non riuscivamo a tirare avanti per problemi economici e siamo dovuti uscire dal paese. Siamo andati in Libano, dove ci è arrivata l’opportunità di venire in Italia. 

Come è stato possibile?

Grazie alla Comunità di Sant’Egidio. In Libano abbiamo fatto i colloqui con loro e siamo rimasti complessivamente 6 mesi. Una volta in Italia siamo stati accolti dalla comunità della chiesa di Sant’Anna, a Morena. Ci hanno aiutato a trovare casa e ci hanno sostenuto in svariati modi, ad esempio contribuendo all’affitto per un anno. Mio padre presto ha cominciato a lavorare, è iniziata la scuola e con quella gli amici. Ci siamo integrati e abbiamo imparato l’italiano quell’anno.

Come stanno andando le cose adesso?

Ora sto andando a scuola normalmente. L’anno scorso ci hanno proposto un percorso di formazione e orientamento a lavoro con il CESC Project. Un percorso di  un anno in cui si sono fatte tante esperienze, residenziali, all’estero, di volontariato, e mi sono trovato bene sia con i compagni che con i responsabili.

Un ultima domanda sull’ospitalità, il tema di questo articolo. L’ospitalità in Siria. C’è un’immagine che la può rappresentare?

Quando sento questa parola, mi vengono in mente l’odore del cibo, gli abbracci, i sorrisi…      un tavolo pieno di cibo tradizionale, il kibbeh… tutti i tipi di dolce, il chai, il tè tradizionale che si beve tutti insieme, in segno di comunione e di ospitalità. Mi piaceva quando in Siria si accoglieva un ospite.

Guarda l’intervista completa a Majd

di Francesco
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