UMANO E DISUMANO
Quando le persone vengono ridotte a semplici oggetti da sfruttare.
L’origine della parola “umano” affonda le sue radici nel termine latino “humanus”, ma è arduo attribuire una definizione univoca a un termine così complesso. “Umano” infatti è un termine polisemantico, assumendo significati diversi a seconda del contesto.
Dal punto di vista biologico essere umani significa appartenere alla specie Homo Sapiens, caratterizzata da un cervello altamente sviluppato, l’abilità di camminare eretti e l’uso del linguaggio.
Scavando più a fondo scopriamo che il concetto di umano va ben oltre la semplice definizione biologica: in psicologia si fa riferimento alla complessità emotiva dell’essere umano, che include la capacità di provare emozioni profonde, compiere riflessioni autoconsapevoli e una comprensione empatica verso gli altri che vanno trattati con rispetto e giustizia.
La compassione gioca un ruolo fondamentale nella nostra concezione di “umanità” infatti Arthur Schopenhauer vedeva la compassione come la base della moralità. Secondo questo filosofo la compassione è la capacità di immedesimarsi nel dolore altrui e di agire per alleviarlo. Dunque umano diventa sinonimo di empatia, gentilezza e altruismo, valori che secondo la nostra società dovrebbero guidare le nostre azioni quotidiane.
Tuttavia, la triste realtà della tratta degli esseri umani ci mostra un lato oscuro della nostra società dove l’empatia e la compassione sembrano svanire, mentre la dignità viene gettata via in favore di un interesse economico: le persone non sono più percepite come umane, ma come merci, una mera fonte di guadagno. Questo crimine ripugnante rappresenta una violazione profonda della dignità dei diritti umani.
In un mondo in cui il commercio di vite umane continua a prosperare, reagiamo indignati ed è naturale domandarci; dove è finita la nostra umanità? Come è possibile arrivare a provocare deliberatamente così tanto dolore nell’altro? A non rispettare i nostri valori più intrinsechi?
Una risposta a queste domande potrebbe essere che questi valori di compassione e altruismo non sono effettivamente valori intrinsechi nell’uomo. In alternativa potrebbero essere valori che riusciamo a rispettare solo quando vediamo nell’altro un essere umano come noi. Difatti, anche noi, a volte, fatichiamo a riconoscere nell’altro la nostra stessa umanità. Specialmente nei momenti di pericolo, quando emerge il nostro senso più egoistico. Situazioni di crisi e stress possono rivelare lati di noi che preferiremmo non esistessero, ma che purtroppo fanno parte della nostra natura.
In ospedale, ad esempio, possiamo osservare persone che lottano disperatamente per ottenere le cure migliori, aggredendo medici, passando davanti ad altri malati, dimenticando che anche gli altri pazienti hanno bisogno di assistenza. La paura e l’incertezza possono spingere a comportamenti egoistici, dove il benessere personale viene anteposto a quello collettivo. Un altro esempio lo troviamo in situazioni di conflitto, come in guerra, dove il desiderio di sopravvivenza può portare a gesti disperati e crudeli. In questi contesti, il nemico viene spesso disumanizzato per giustificare la violenza e l’odio, dimenticando che anch’egli è un essere umano con le sue sofferenze e speranze.
La tratta rappresenta una delle forme più estreme di disumanizzazione, dove le vittime vengono ridotte a semplici oggetti da sfruttare. È una ferita profonda alla nostra comune umanità. Questo fenomeno ci obbliga a confrontarci con il peggio di ciò che possiamo diventare quando ignoriamo i valori che dovrebbero guidarci.
Dobbiamo quindi riflettere sulla nostra umanità e sui nostri valori.
È essenziale che, nel nostro piccolo, ci sforziamo di vedere e capire che intorno a noi ci sono altri esseri umani, ciascuno con le proprie debolezze e criticità. Questo richiede empatia e la volontà di riconoscere l’altro come portatore di diritti e dignità.
Solo così possiamo contribuire a costruire una società più giusta e compassionevole.
Per la Redazione
Chiara Macca
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