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INVIATI E CORRISPONDENTI DI “GUERRE”.

28 Novembre 2023
INVIATI E CORRISPONDENTI DI “GUERRE”.

UN SERVIZIO FONDAMENTALE PER COMPRENDERE LA REALTÀ

Il giornalismo di guerra negli ultimi 20 anni ha assunto la forma del giornalismo “incorporato al conflitto armato” con il giornalista che riesce a reperire solo le informazioni filtrate dalla parte militare cui si è aggregati che, in una sorta di “News Management”, gestisce le notizie e il processo di controllo del rilascio delle informazioni ai media. I reporter,  in nome della sicurezza, sono tenuti lontani dalle operazioni militari che poi vengono “raccontate” in diretta televisiva magari senza mostrare il corpo di una vittima o i particolari di un’operazione militare.

La guerra del Golfo del 1991 fu la prima guerra in cui fu praticato il “News Management“. Venivano mostrate infatti le “smart bombs”, cioè le bombe in grado di colpire esattamente il bersaglio inquadrato nei mirini degli aerei, al fine di mostrare come gli americani potevano evitare le vittime civili. Ma queste bombe erano solo il 7% di quelle sganciate dunque in netta minoranza rispetto ad esempio alle bombe “a grappolo” (ordigni in grado di esplodere a giorni di distanza dallo sgancio) o le bombe “aerosol” capaci di risucchiare l’ossigeno dell’aria uccidendo per asfissia chiunque si trovi nel loro raggio d’azione.

Stessa dinamica la si trova per i conflitti in Africa degli anni ’80 e ’90 ma in quel caso, fra gli inviati che raccontavano il conflitto, molti trovarono la morte tra cui i giornalisti italiani AIlaria Alpi, con il cineoperatore Miran Hrovatin, in Somalia.

Ilaria Alpi, giornalista e fotoreporter, il 20 marzo 1994 a soli 33 anni, venne assassinata invece in prossimità dell’ambasciata italiana di Mogadiscio, dove lavorava come inviata per il TG3, insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin, mentre seguivano la missione di pace Restore Hope, coordinata e promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel 1991, dopo la caduta di Siad Barre.

Alla missione prese parte anche l’Italia, nonostante gli ambigui rapporti che il governo italiano aveva intrattenuto con Barre nel corso degli anni ottanta e che le inchieste della giornalista stavano svelando. Si trattava di un possibile traffico di armi e di rifiuti tossici, con la complicità dei servizi segreti e di alte istituzioni italiane in cambio di tangenti e di armi scambiate con i gruppi politici locali.

Durante le guerre balcaniche degli anni ‘90, la stampa è stata usata come strumento di propaganda e i media della ex Jugoslavia con notizie tendenziose ebbero un ruolo fondamentale nell’aumentare l’odio tra le varie popolazioni. I media occidentali, invece, si concentrarono sul raccontare situazioni strazianti e commoventi ma indagando e comunicando poco le dimensioni sociali, militari, politiche e internazionali del conflitto.

La guerra del Kosovo (1998-99) fu invece una guerra “invisibile” molto seguita con reportage e servizi, ma con un’informazione molto imprecisa e parziale perché la stampa internazionale venne espulsa in massima parte dalle zone di conflitto. Anche in questo caso il “News Management” riuscì a controllare quasi completamente l’informazione a far passare come “danni collaterali” l’uccisione di civili da parte dei bombardamenti aerei NATO come nel caso del “treno di Gradelica”.

Per la guerra in Afghanistan (2001-2021) non servì alcuna giustificazione perchè gli attentati dell’11 settembre 2001, con le loro 3.000 vittime americane in territorio americano, erano sufficienti a giustificare qualsiasi cosa. Anche questa guerra fu facilmente controllata dal “News Management” perché era una guerra prevalentemente combattuta con lanci di missili e missioni aeree impossibili quindi da seguire per i giornalisti. Infatti i bombardamenti della NATO furono causa di migliaia di vittime civili, ma queste stragi, non furono quasi mai rivelate al pubblico. In Afghanistan il governo USA sollecitò esplicitamente l’informazione americana affinché facesse apparire la guerra come “positiva” e “giusta” e così il 91% degli americani divenne a favore della guerra e tutte le sofferenze per la popolazione civile imputate ai talebani.

In questo conflitto tra i giornalisti italiani operava l’inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, che fu assassinata insieme all’inviato di El Mundo Julio Fuentes e a due corrispondenti dell’agenzia Reuters, nello stesso giorno, il 19 novembre del 2001,in cui il Corriere della Sera pubblicò il suo ultimo articolo: un pezzo che riguardava la scoperta di un deposito di gas nervino nella base di Osama bin Laden.

La guerra d’Iraq del 2003 nasce dalla volontà dell’amministrazione Bush di invade l’Iraq per abbattere il regime di Saddam Hussein ed estendere le loro basi americane nei paesi arabi. Per giustificare l’invasione si afferma che il regime è in possesso di armi chimiche, batteriologiche e persino nucleari ma i commissari ONU, non trovarono nulla di tutto ciò ma la stampa seguì il governo senza particolare distacco critico.

Negli USA i reporter, in particolare quelli del “New York Times”, cominciarono ad assumere un atteggiamento più critico verso la guerra dopo lo scandalo della prigione di Abu Ghraib, dove i militari degli Stati Uniti fecero delle vere e proprie violenze, sessuali e psicologiche, ai detenuti che erano accusati di essere terroristi. La stampa riuscì progressivamente a liberarsi dai condizionamenti dei governi a volte pagando un caro prezzo come nel caso dei due reporter italiani, Giuliana Sgrena ed Enzo Baldoni, che furono rapiti da gruppi guerriglieri mentre cercavano di testimoniare l’assedio di Fallujah. La Sgrena fu liberata mentre Baldoni fu ucciso il 26 agosto 2004 a 54 anni da una organizzazione probabilmente collegata con Al Quaeda. La sua esecuzione fu filmata e il video inviato alla tv Al Jazeera ma la responsabilità della sua uccisione non fu mai accertata. Per la sua liberazione, i sequestratori avevano chiesto al governo italiano il ritiro dal territorio iracheno di tutte le truppe italiane impegnate nella missione ONU “Antica Babilonia”.

Ma qual’è stato complessivamente il tributo di sangue dei giornalisti italiani al racconto della realtà?

Secondo un dossier realizzato nel 2014 dall’osservatorio “Ossigeno per l’informazione” su incarico della Commissione parlamentare antimafia, sarebbero 28 i giornalisti italiani uccisi dal secondo dopoguerra ad oggi.

Diciassette mentre si trovavano in missione all’estero: Ilaria Alpi, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Dario D’Angelo, Amerigo Grilz, Miran Hrovatin, Marco Luchetta, Alessandro Ota, Marcello Palmisano, Guido Puletti e Andrea Rocchelli; Nove uccisi sotto il piombo della mafia: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Beppe Alfano e due da agguati di terroristici: Carlo Casalegno e Walter Tobagi.

Tutti caduti per raccontare di guerre così differenti ma anche così simili nel loro produrre dolore e sofferenza e, in ultima istanza, nessun vero vincitore ma solo vinti.

Per la Redazione

Rossano Salvatore

Edoardo Bennato – A cosa serve la guerra

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