L’ULTIMO EQUINOZIO.

6 Settembre 2022
<strong>L’ULTIMO EQUINOZIO.</strong>

QUANDO LA COSCIENZA FERMO’ L’APOCALISSE SENZA MUOVERE UN DITO

“Ho immaginato di assumermi la responsabilità di scatenare la Terza Guerra mondiale
e ho detto no.”

Vadislav Petróv

Parliamo di Stanisláv Evgráfonič Petróv nato a Vladivstok il 9 settembre del 1939. Suo padre era un militare, pilota di caccia durante la Seconda Guerra mondiale, e sua madre un’infermiera.
Frequentò l’Accademia Militare di Ingegneria Aeronautica di Kiev e, dopo essersi laureato nel 1972, fu assegnato alla Vojsca PVO, la difesa antiaerea sovietica.
All’inizio degli anni Settanta, fu assegnato all’organizzazione che controllava il nuovo sistema di allarme precoce che avrebbe dovuto individuare gli attacchi missilistici dai Paesi NATO.
Nel 1984 lasciò la carriera militare per un lavoro nell’istituto di ricerca che aveva sviluppato proprio quel sistema di allarme precoce. Si sposò con Raisa, con cui ha avuto due figli, Dimitri e Yelena, e, quando nel 1997 a sua moglie fu diagnosticato un tumore, si licenziò per potersi prendere cura di lei.

È morto il 19 maggio del 2017 all’età di 77 anni per una polmonite.

Forse la presenza di un militare, di qualcuno che per scelta vive e guadagna il suo stipendio imparando ad usare e usando le armi, su queste pagine, dove vengono raccontate storie di vite votate alla pace, alla nonviolenza, potrebbe stonare…

Qualcuno potrebbe anche chiedersi: perché è stato scelto Stanisláv Petróv come testimone di pace per la parola coscienza?
La migliore risposta a questa domanda è raccontare cosa avvenne in pochi minuti, circa un quarto d’ora, il 26 settembre del 1983.
In quell’equinozio d’autunno, a Petróv, che aveva il grado di tenente colonnello, fu chiesto di sostituire l’ufficiale di servizio al bunker Serpuchov 15, vicino a Mosca.
Avrebbe dovuto monitorare il sistema satellitare OKO che sorvegliava i siti missilistici statunitense. In caso di attacco, la strategia dell’Unione Sovietica prevedeva un contrattacco nucleare immediato su vasta scala.
Alle 00:14 (ora di Mosca) il sistema segnalò che era stato lanciato un missile dalla base di Malmstrom, in Montana.
Petróv, davanti all’allarme, pensò a un malfunzionamento: non avrebbe avuto alcun senso, per gli USA, attaccare l’Unione Sovietica con un solo missile, sapendo che il contrattacco sarebbe stato immediato e devastante.

Il tenente colonnello scelse di non segnalare l’accaduto ai suoi superiori.
Pochi minuti dopo, però, il sistema diede lo stesso allarme per altre quattro volte: in teoria, in quel momento, c’erano cinque missili nucleari in viaggio dagli USA verso l’URSS.
Petróv, dopo alcune analisi, scelse di riportare la situazione ai suoi superiori come “malfunzionamento del sistema”, basandosi sullo stesso principio già usato: erano troppi pochi missili. Se gli americani avessero voluto colpire l’URSS, l’attacco sarebbe stato molto più ampio.
Quando ormai mancava poco al momento dell’impatto ipotetico, i missili sparirono dal radar, rivelando che la scelta di Petróv era stata corretta.

Questi fatti sono avvenuti in pochi minuti (il tempo che ci avrebbe impiegato un missile nucleare a percorrere la distanza tra Malmstrom e Mosca) e la pressione che deve aver sentito Stanisláv Petróv non è immaginabile: avrebbe potuto riportare tutto ai suoi superiori e lasciar decidere loro se rispondere con un lancio di missili nucleari. La sua scelta di non farlo era ai limiti dei protocolli e, infatti, ricevette anche un reclamo per non aver documentato abbastanza le sue azioni durante la crisi e nessun encomio per la sua lucidità, che aveva impedito una guerra.

È possibile che, nella situazione della Guerra Fredda, con la costante paura che gli americani avrebbero potuto colpire, qualcuno avrebbe preferito usare il pretesto per attaccare per primi “senza colpa”.
Oppure nessuno voleva ammettere l’errore tecnologico, temendo che potesse essere un’informazione utile per i nemici.

In ogni caso, per una ragione o per un’altra, Stanisláv Petróv non si vide riconosciuto alcun merito, un anno dopo lasciò la carriera militare e continuò la sua vita, come se niente fosse successo.

Solo verso la fine degli anni Novanta questa storia è diventata di pubblico dominio e Petròv ha ricevuto vari riconoscimenti: tra questi ci sono un premio dall’Association of World Citezens nel 2004, il German Media Award nel 2011 e il Premio Dresda nel 2013.

Su quella notte sono stati anche girati due docufilm: The red button (2011) e The Man Who Saved the World (2014).

È importante osservare che negli anni della Guerra Fredda ci sono state altre scelte di coscienza simili a quella di Stanisláv Petróv: in quel periodo, infatti, anche altri militari hanno preso decisioni ai limiti del potere fornitogli dal loro grado per evitare una guerra. E chissà quante vicende analoghe, anche di altri periodi storici, non conosciamo…

A volte è un singolo momento a rendere qualcuno un testimone di pace nel mondo, altre volte è l’intera vita, ma in entrambi i casi sono storie da raccontare e ricordare.
E se riteniamo che sia stato un servizio alla vita, anche ringraziare.

di Irene

di La redazione
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Commento

  • Una storia “potente” e sconosciuta che ci dimostra che tutti possono operare per la Pace, qualsiasi sia il loro ruolo nella società. Anzi, è sommamente importante che lo si faccia proprio nei luoghi meno deputati a questo tipo di scelte e di valori. Si può promuovere la Pace all’interno di un movimento/gruppo specificamente dedicato, ma è ancora più importante farlo sul pianerottolo di casa con il vicino… all’interno della propria azienda… sull’autobus… mentre si attende un cittadino allo sportello comunale… La coscienza l’abbiamo tutti e tutti possono usarla responsabilmente. Grazie per aver fatto conoscere questa e tante altre storie!

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