PALESTINA — LA RACCOLTA DELLE OLIVE COME SOLIDARIETÀ NONVIOLENTA

Sotto l’ombra degli ulivi: quando la terra diventa respiro, resistenza e speranza
Esiste un legame indissolubile tra l’essere umano e il suolo che calpesta, un cordone ombelicale che nessuna guerra o confine dovrebbe mai avere il potere di spezzare. In Cisgiordania, questo legame prende la forma contorta e nodosa degli ulivi. Non parliamo di semplici alberi o di mere coltivazioni agricole: per il popolo palestinese, l’ulivo è casa, lignaggio, identità, memoria e linfa vitale. È la radice profonda che grida al mondo una presenza antica e innegabile.
Purtroppo, la stagione della raccolta delle olive — che da secoli rappresenta il momento di massima festa, condivisione e sussistenza economica per oltre 100.000 famiglie — si è trasformata in un vero e proprio campo di battaglia e di sofferenza.
Un raccolto sotto assedio
I dati e le testimonianze che giungono dai Territori Palestinesi Occupati dipingono un quadro drammatico. Come ricordato recentemente da Ajith Sunghay, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, l’escalation di violenze durante il periodo del raccolto ha raggiunto livelli allarmanti.
Negli ultimi tre anni, la violenza dei coloni armati e le pesanti restrizioni alla mobilità imposte dalle forze israeliane hanno impedito a tantissimi agricoltori di accedere ai propri terreni. Solo nella prima metà del 2025, si sono registrati ben 757 attacchi contro civili e attivisti, con un incremento del 13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A questo si aggiunge la sistematica distruzione del territorio: alberi secolari sradicati o sminuzzati con le motoseghe, uliveti dati alle fiamme, cancelli di ferro e posti di blocco che separano improvvisamente i contadini dalla propria terra, lasciando marcire i frutti sui rami.
I danni non sono solo morali e umani, ma spaventosi anche sul piano economico: nel solo 2023, oltre 96.000 dunum di oliveti sono rimasti incolti, causando perdite per oltre 10 milioni di dollari. Una ferita aperta nell’ossatura economica delle comunità rurali.
La solidarietà che germoglia dal basso: i Rabbis for Human Rights
Eppure, proprio laddove la rabbia e la prepotenza sembrano soffocare ogni spazio di umanità, nascono germogli di speranza che ci ricordano quanto il cuore umano sappia superare le barriere del conflitto.
In questo scenario di dolorosa divisione, risalta l’operato dell’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights. Questi rabbini e attivisti scelgono ogni anno di scendere in campo al fianco degli agricoltori palestinesi, offrendo la loro presenza protettiva e accompagnandoli fisicamente durante la raccolta.
Veder camminare insieme tra i filari un rabbino e un contadino palestinese, uniti nel proteggere un frutto e la dignità di una famiglia, è un’immagine d’impatto straordinario. Dimostra che l’agricoltura e il rispetto per la terra possono trasformarsi nel terreno di incontro ideale, smentendo la narrativa della divisione inevitabile. È la dimostrazione concreta che la resistenza nonviolenta e la solidarietà umana non conoscono nazionalità né religione.
Il valore simbolico dell’ulivo e la responsabilità del mondo
Leggendo i report internazionali e guardando a quello che accade sul campo, non si può fare a meno di porsi una domanda profonda: cosa significa davvero recidere un albero?
Abbattere un ulivo secolare non è solo un atto di vandalismo o un danno economico: è un tentativo deliberato di cancellare la storia di chi quella terra l’ha coltivata per generazioni. È un gesto che mira a spezzare l’anima di un popolo.
Eppure, l’ulivo ha una caratteristica speciale: le sue radici sono così profonde e insignite di resistenza che, anche quando il fusto viene tagliato o bruciato, dai ceppi tornano a nascere nuovi germogli. È la perfetta metafora della resilienza palestinese, magistralmente sintetizzata nei versi del poeta Mahmoud Darwish:
«Noi restiamo, finché ci saranno timo e olive.»
La comunità internazionale non può continuare a rimanere spettatrice inerte di fronte a questa violazione sistematica dei diritti umani e del diritto internazionale, ribadito con chiarezza anche dalla Corte Internazionale di Giustizia. Non si tratta soltanto di proteggere un settore economico, ma di difendere il diritto fondamentale di ogni essere umano alla propria terra, alla sicurezza, alla dignità e al futuro.
Salvaguardare la stagione della raccolta delle olive significa proteggere la speranza di una pace futura basata sulla giustizia. Per questo, l’impegno degli attivisti, la voce delle Nazioni Unite e la presenza coraggiosa di realtà come i Rabbis for Human Rights rappresentano una luce nell’oscurità. Una luce che ci ricorda che, finché ci sarà chi si frappone alla violenza per proteggere un albero e chi lo coltiva, la dignità umana non sarà del tutto perduta.
Per la Redazione
Anna Rocchi.
Foto di Hosny salah da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/vista-posteriore-di-donne-che-trasportano-un-sacco-in-un-frutteto-37197228/











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